TY  -  JOUR
AU  -  Diodoro, Danilo
AU  -  Giacanelli, Ferruccio
AU  -  Iachini, Santa
AU  -  Migani, Cinzia
AU  -  Ferrari, Giuseppe
T1  -  Documenti
PY  -  1997
Y1  -  1997-10-01
DO  -  10.1722/2763.28127
JO  -  Nóos
JA  -  Noos
VL  -  3
IS  -  4
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
Y2  -  2026/05/25
UR  -  http://dx.doi.org/10.1722/2763.28127
N2  -  Domenico Gualandi. Osservazioni sopra il celebre stabilimento d'Aversa nel regno di Napoli e sopra molti altri spedali d'Italia destinati alla reclusione, e cura de' pazzi, con alcune considerazioni sopra i perfezionamenti di che sembra suscettivo questo genere di stabilimenti. Bologna, Masi, 1823, p. 230. *  Finalmente dirò alcune poche cose dello Spedale di S. Orsola, alla cui medica direzione ho l'onore di essere stato prescelto sono già quattro anni. Ma prima di parlare del trattamento che nel medesimo si pratica debbo avvertire i miei lettori che nello Stabilimento, del quale sono per dire, molte cose che appariranno non conformi alle regole, necessariamente si tollerano, e si lasciano senza riforma, perciocché si è nella dura necessità di conformarsi piuttosto alla quantità, e all'indole de' mezzi, i quali sono in nostro potere, di quello che a ciò che la Filosofia dell'arte prescriverebbe. Quando si hanno piccole risorse è affatto impossibile il porre in opera tutti i miglioramenti, che si concepirebbero utili, ma che non si è nella facoltà di eseguire. Perciò aspettando tempi migliori, e confidando che alla molta filantropia degl'Illustrissimi Signori, i quali presiedono all'amministrazione di questo luogo pur una volta riesca di trovare il modo di ridurre ad effetto i divisamenti i quali si hanno, ci contenteremo per ora di descrivere quello che l'ospedale è attualmente, confessando con ingenuità i suoi difetti senza volontariamente dissimularne un solo. E' collocata questa casa fuori della porta che chiamiamo di S.Vitale affatto in vicinanza delle mura di Bologna. Essa fu destinata da lungo tempo a 4 oggetti; 1° a ricevere gli ammalati di malattie psoriche; 2° ad accogliere i celtici; 3° a dare un ricovero agl'incurabili di qualunque malattia; 4° a custodire, e trattare i dementi o tranquilli, o furiosi che siano. A quest'ultimo effetto furono destinati quattro corridoi separati dal resto della fabbrica con opportuna chiusura, esistenti in due diversi piani  immediatamente sovrapposti l'uno all'altro, cosicché due de' corridoi collocati nel piano inferiore servono pei dementi di sesso maschile, e gli altri due che sono nel piano superiore appartengono alle femmine. Il corridoio maggiore degli uomini, non che quello delle donne ha oltre 28 camere, per ogni lato una specie di salone nel mezzo, capace di 10 in 15 letti. Così tutto il locale può contenere al bisogno il numero di circa 130 persone. Attualmente non ne contiene che 90, delle quali N° 55 donne, e N° 35 uomini. (...) Ciascuno de' pazzi prima dell'accettazione deve aver seco una carta contestante il suo stato, e le circostanze del medesimo secondo la modula N° 1. Appena ricevuto si colloca col suo numero rispettivo nel registro generale N° 2. Oltre di ciò gli vien subito assegnata la particolare cartella N° 3, che conservata in adattato cartolare è pronta all'occorrenza, e si viene a mano a mano riempiendo co' dettagli della malattia. La cura è appoggiata al medico Direttore secondato da un medico assistente, da un chirurgo, e da un supplente del medesimo. L'assistente risiede nel luogo, ed ha obbligo di accorrere ad ogni chiamata dell'infermiere: oltre di ciò visita egli stesso in compagnia del chirurgo tutto lo Stabilimento due volte al giorno. Il medico Direttore fa la sua visita una volta tutti i giorni, e più ne' casi urgenti. L'obbligo di riempire le module appartiene all'assistente. Egli è che dà relazione al Direttore di tutto l'andamento della malattia, siccome appartiene anche a lui la verificazione dello stato di follia nel momento dell'arrivo di ciascun infermo, o dalle rispettive case, se trattasi de' cittadini. Si comprende dopo di ciò che questo spedale non è un semplice asilo pei dementi. Al contrario vi si cura giornalmente con trattamento medico-chirurgico apposito a ciascuno de' i pazzi suscettibile di cura, e se non s'accoppia in un modo molto perfetto il trattamento medico chirurgico al morale, è per la mancanza de' molti mezzi che si riecheggono per quest'ultima parte di cura.  Alla fine d'ogni mese, d'ogni anno, d'ogni quinquennio sì nel registro N° 2 come nelle tavole nosologiche N° 4, 5, 6, e 7 ecc. si notano i risultamenti generali, e lo stato di movimento dello spedale. Sono vietati i mezzi generali di repressione che consistono in percosse, ed il solo modo con che si cerca di domare i furibondi è l'uso della conosciuta camiciuola, e letto orizzontale di forza, con quelle modificazioni che accenneremo nell'articolo seguente. Ci è anche un trattamento correzionale di vitto, il quale è riserbato a coloro, la cui condotta manifestamente si riconosce provegnente men dallo stato morboso, che da malizia. (...) Tutto l'asse de' redditi pe' quali si sostiene l'ospitale di S. Orsola nella parte destinata ai Dementi si riduce ad un'annua entrata presso a poco pari a quella che bisogna pel mantenimento de' suoi impiegati, e di 14 dementi. Ve ne sono attualmente 86 che restano a carico delle rispettive comuni della Provincia, e pagano una mensuale pensione di Rom. Sc. 5: 60. Conseguenza di questo è che mancano i fondi necessarj per ogni miglioramento un po' costoso, il quale si volesse intraprendere. Dopo di ciò non farà maraviglia se ne' mezzi di divagamento, e di distrazione si è molto al di sotto di altri simili stabilimenti. In forza della ristrettezza del locale non si può concedere agl'infelici, che vi sono mantenuti, un sufficiente passeggio al coperto, un lavoratojo adatto al bisogno, una sala di conversazione, e qualche altro passatempo, che sarebbe pure opportunissimo. Si è nella dura necessità di tenere uniti individui, che vorrebbero essere separati a grande distanza. Non si può vietare in alcun modo, che un pazzo inquieto tenga in disturbo, ed angoscia tutti gli altri. Non si può assegnare alle persone facoltose, e ben educate una camera scelta, e molto meno un piccolo appartamento, il quale faccia meno di sentire la differenza tra la propria abitazione, e la nuova. Non vi è modo di dividere in categorie secondo l'opportunità i passaggi all'aperto, e di separare, siccome si converrebbe in que' passeggi, i pazzi di una certa classe dagli altri.  L'ingresso è meschinissimo i corridoj non hanno luce che basti; manca nel pavimento la obliquità tanto necessaria per la nettezza, e l'uso acconcio de' ventilatori. Le finestre ne' corridoj destinati a convalescenti non sono convenientemente abbassate fino al pavimento, nè munite, come io le vorrei di elegante cancello di ferro con vetrata, e sportelli, affine di ricevere e allontanare l'aria, e la luce. I mobili dovrebbero essere almeno in certe camere più numerosi, e di una certa pulitezza, ed eleganza. Si richiederebbe una camera analoga alla camera di riflessione d'Aversa modificata nel modo che diremo, un'altra pe' bagni a sorpresa; una terza per la macchina rotatoria acconciamente costrutta; una quarta per le doccie; un'altra un po' migliore di quella che abbiamo pe' i bagni caldi, e freddi. Sarebbe necessari in alcuni casi di potere straordinariamente dare a qualche pazzo un assiduo custode, almeno in certi periodi della malattia; sarebbe insomma necessario che le rendite fossero dieci volte maggiori di quello che sono (...) Carlo Livi. Viaggio scientifico a' manicomi d'Italia: ricordi e studi. Firenze, Tipografia di Nicola Fabbrini, 1860, p. 46.** Lo spedale di S. Orsola è fuori subito la porta a San Vitale, ed è spedale riserbato principalmente a' malati comuni paganti, dei quali ne contiene un seicento circa. Il manicomio è nella parte più segreta e vi stanno ammassati un 312 circa d'infermi. Grandioso, bello, pulito quanto dir si possa è lo spedale comune; meschino, brutto, oscuro, insalubre è l'ospedale per gli infermi della ragione. Come mai sotto uno stesso tetto e patrocinio una parte della languente famiglia sia trattata così umanamente, e l'altra peggio che bestialmente, questo non si potrebbe intendere senza ammettere nel governo che comporta tai cose una doppia natura, bestiale ed umana. Già al primo metter piede nel manicomio ti senti stringere il cuore, e i sensi tuoi sono offesi, comecché tu ti volga e guardi dattorno. Dante mi presterà questa volta i colori, che io per me non saprei! Diverse lingue, orribili favelle Parole di dolore, accenti d'ira, Voci alte e fioche e suon di man con elle, Facevano un tumulto, il qual s'aggira Sempre per quegli anditi e quelle cellule anguste, sudice, umide e buie. Io vidi latrine aperte in ogni camera, o difese appena da' guanciali del letto, e letti ne' sottoscala e pavimenti umidi e tetti in rovina, e un orto che serviva al passeggio per gli uomini ora riserbato alla cultura de' cavoli, e bagni di terra che trasudano l'acqua, e monache che mettono mano in tutto, e donne seminude, e torme di folli oziosi, inquieti, minaccevoli aggirarsi di qua e di là come menati da infernale bufera. Tale il manicomio di Sant'Orsola a Bologna, del quale sarebbe stato più lodevole cosa il tacere, se non fosse utile talvolta all'immagine del bene contrapporre anche quella del male e del pessimo, e se a garantire la medicina psichica italiana da ogni rimprovero non bastasse il nome e la onorata canizie di Domenico Gualandi. Il quale con giovanile entusiasmo, correndo la primavera del 1848, invitava in seno dell'Accademia Scientifica di Bologna tutti i medici psichiatri della penisola a raccogliersi nel prossimo congresso di Siena a scientifica assemblea, per divisare d'accordo i bisogni della psichiatria in Italia e domandare a' governanti leggi e modi per ripararvi. Nobile e santo era lo scopo, eletto saviamente il luogo e la stagione, i tempi poi spiravano aure feconde ad ogni generoso imprendimento. Ma Siena non ebbe il suo congresso; la voce del sapiente medico bolognese non trovò eco; a quelle aure liete e benigne di primavera succedeva un turbine fiero che sperse con quella altre voci che si partivano dall'intima coscienza di popoli cristiani e civili. Filippo Cardona. De' Manicomi visitati da Filippo Cardona medico direttore del Manicomio anconitano. Bologna, Gamberini e Parmeggiani, 1865, p.  71.***  Manicomio di terz'ordine: Manicomio di Sant'Orsola (Italia) In quest'Asilo, che parvemi orrendo, è però da lodare il modo come sono tenuti i registri, gl'indici, le cartelle de' pazzi, e parve imitabile l'applicazione delle bende repressive e dei giubbetti di forza. Al medico direttore prestava aiuto l'astante, il quale nel suo ufficio biennale serviva per un anno nel Manicomio. Vi soverchiavano allora le suore di Carità, le quali nello scorcio del 1859 furono espulse. In seguito l'alta famiglia subì un cangiamento, perchè fu nominato medicodirettore il professor Benedetto Monti, al quale venne affidato ancora l'ufficio di clinico delle malattie mentali; scuola istituita per decreto del Regio Governatore Luigicarlo Farini. Al Monti poi fu dato un medico assistente speciale o interno, che dimora tuttavia nello Stabilimento, ed è l'egregio dottor Zani. Incredibile a dirsi: con questo lume di civiltà, dopo tanto insistere e non ostante la grande aspettativa che diede sempre di sé la dotta Bologna, quella città che per molti lati ebbe sino dal tempo antico il vanto di molte istituzioni, ed à un novero illustre di professori e di esimi dottori, non che una frequente scolaresca, la quale v'accorre per la medicochirurgica istruzione; tuttavolta in essa città non s'è fatto pressoché nulla a favor de' poveri alienati, e trovò fiera opposizione la premura e la virtù di alcuni che sovrantesero a dirigere quello Stabilimento. E di vero mentre presso il Consiglio provinciale, il prof. Rizzoli con grande amore e con grande sapienza cercò ogni via affinché venisse eretto in conveniente postura, e con le dovute regole d'arte un nuovo e ben costruito Manicomio, e mentre il Consiglio stesso sembrava disposto a favorire quella sua proposta, purtroppo per male intese economie si abbandonò. E' così, allorquando in quel tempo si poneva opera ad ultimare in Savoia un Manicomio, che la gran mente del Cavour aveva fatto sorgere, e tale da  emulare i primi dell'estero, vi furono invece alcuni in Bologna, i quali proposero di occupar ingente somma di danaro per vedere di rendere meno triste quel fetido sepolcro di vivi, che trovasi proprio qual cadavere avvinto al Nosocomio di Sant'Orsola. Non sia mai che abbiasi a veder gittato qualche mezzo milione di lire per correggere una tomba siffatta, che è incorreggibile. Ma in quella vece, e Consiglio provinciale e Commissione amministrativa e la gente dell'arte unanimi si risolvono a far sì che sorga un nuovo Ospizio di pianta ed in sana ed acconcia posizione, il quale sia degno di quella nobile e generosa città. Francesco Roncati. Ragioni e modi di costruzione ed ordinamento del manicomio provinciale di Bologna. Bologna, 1891, p. 14.**** Il Governatore delle Provincie dell'Emilia, con decreto delli 10 di marzo 1860 circa la riforma degli Spedali di Bologna, determinava nell'art. 6° di uno statuto annesso, che fosse "alla custodia e cura dei dementi provveduto col destinarsi un Manicomio generale per le Provincie dell'Emilia, ovvero uno speciale per la Provincia di Bologna": ciò che indirettamente suonava giusto giudizio di condanna e soppressione al vecchio Manicomio di S. Orsola. Il quale in effetto era, oltre ogni dire, disadattato agli usi, cui pur serviva da anni cinquantuno interi: e dove un manicomio ben costruito ed ordinato forma già per sé uno strumento massimo di cura della pazzia, quello, non che alla cura, ma neppure alla custodia de' pazzi avrebbe di gran lunga potuto apparir acconcio. Ivi infatti manchevole soprammondo la cubicità dei dormitori, e questi destinati ancora al raduno de' pazzi nel giorno: ed angusti troppo e radi, in uno con le finestre, i riscontri per la ventilazione: e quasi mancanti i passaggi scoperti, cioè uno solo agli uomini ed uno alle donne: e tanto i due cortili quanto la parte terrena delle sale e stanze (o buona metà dell'istituto) sottostanti un metro e mezzo al livello della strada provinciale;  donde, sovratutto nei tempi di nebbia e pioggie, un umidore grandissimo all'aria interna, ai letti, alle biancherie, ed acquitrinosi i pavimenti. Poi, a rimpetto di una principale corsia delle pazze erano le finestre del Sifilicomio, ampie sin giù al pavimento; e da ciò la frequente veduta libera di sguaiate oscenità. Inoltre, correva lungo il muro di cinta a settentrione una strada pubblica, dalla quale i passanti ben potevano udire le incomposte grida delle agitate, ma anche per ricambio inviar a queste sopra capo i ciotti della via.  Dunque era uopo uscire di malebolge per qualunque via: e tutti aveano ciò nella mente, tutti anzi lo volevano, ma nessuno ci vedeva il modo: e primo a ben volerlo era sempre quel medesimo Corpo amministrativo degli Spedali, che allora provvedeva al ricovero e vitto dei pazzi: anzi le insistenze sue ed i forti richiami del Prof. Benedetto Monti (sino alla fine del 1863 Medico Primario del Manicomio) furono cagione che, nel 1862, un Ingegnere Architetto presso il Demanio a Genova, Ignazio Gardella, ricevesse da questa Deputazione provinciale incarico di visitare il Manicomio di Chambèry in Savoia, allora nuovo ed in bella fama, per ritrarne le idee e disegni, come fece, presentando poi un progetto di nuovo manicomio per 400 alienati: ed il progetto, computato da quell'Ingegnere della probabile spesa di L.1,300,000, fu inviato alla Deputazione con lettera sotto il 12 di marzo del 1863. Una spesa di milioni, come nella seduta Consigliare del 12 marzo 1867 la giudicò il Deputato provinciale Avv. Enrico Sassoli (atteso lo sbilancio costante, e spesso enorme, che nelle nuove costruzioni si verifica a confronto dei calcoli del progetto primo, ed anche avuto riguardo alle necessarie spese di nuovo arredamento d'un grande istituto), spesa così fatta atterriva a dirittura. Come però lo stato miserrimo de' pazzi ricoverati negli androni del vecchio manicomio appariva troppo grave cosa ed incomportabile, nè da altra parte si potea sperare in tempo poco lontano la proposta costruzione  nuova di pianta, sorse l'art. 20 della legge 7 luglio 1866, n. 3036, la cessione di uno fra i soppressi conventi della città, per fine di ridurlo agli usi di manicomio. Ed erano passati sette anni e mezzo dal ricordato Decreto del Governatore dell'Emilia senza che ne apparisse il vero modo, non che un principio, di attuamento, quando l'invasione colerica del 1867, ed un caso mortale che se ne ebbe in una delle pazze ai primi del settembre, fecero ottenere senza indugio dal Demanio la occupazione di parte del soppresso Convento Salesiano, sotto colore di cosa temporanea, cioè solo per per un provvisorio diradamento dell'affollata popolazione del manicomio: nel quale era vivo ancora il ricordo di una morìa sterminatrice per il colera del 1855. Ed a sera, tosto il dì 12 settembre ed alcuni giorni poi, si vennero trasportando in città nell'ex-convento a decine per volta i pazzi, sì che a poco a poco vi si trovarono trasmutati i più degli abitatori del vecchio manicomio, cioè i tranquilli tutti quanti ed ancora non pochi fra gli agitati e pericolosi. Né i molti viaggi diedero occasione a qualsisia inconveniente; ed anzi furon potuti compiere senza indiscreti affollamenti di curiosi, o quasi all'insaputa: perocché era qui ancor nelle fascie quel fratello o sozio dello spionaggio occulto, il quale è poi cresciuto gigante, e tutto senza discrezione mai, spesso anche contro verità, adesso svela e svescia, ed ha nome di "reportaggio" nel gergo de' giornalisti: barbara parola sol degna della cosa. Come poi agli agitati e pericolosi era stato mestieri preparare camere d'isolamento e sicurezza, mettendo provvisorie inferrate alle finestre e forti imposte agli usci, ciò avea pur condotto a manomettere o guastare gran parte de' vecchi luoghi, dai quali appunto si toglievano, per darle al nuovo, le inferriate e le imposte, in uno coi grossi ganci e rozzi serrami. Ma cotal guasto nel vecchio manicomio dovea "cadere a provveduto fine", cioè rendervi malagevole o quasi impossibile il ritorno de' pazzi: i quali, dacchè i più si tiran dietro i meno, erano già a mezzo ottobre nella nuova sede tutti quanti.
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