TY  -  JOUR
AU  -  Diodoro, Danilo
AU  -  Ferrari, Giuseppe
AU  -  Giacanelli, Ferruccio
AU  -  Iachini, Santa
AU  -  Migani, Cinzia
T1  -  Le istituzioni tra repressione e cura
PY  -  1997
Y1  -  1997-10-01
DO  -  10.1722/2763.28126
JO  -  Nóos
JA  -  Noos
VL  -  3
IS  -  4
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
Y2  -  2026/05/01
UR  -  http://dx.doi.org/10.1722/2763.28126
N2  -  Non erano trascorsi nemmeno due mesi dal momento in cui Roncati aveva firmato le ultime dimissioni di Luigi, che già il 7 aprile del 1872 era pronto un nuovo foglio di ammissione. Ancora una volta venivano annotate le solite manifestazioni di "esaltamento". Questa volta però il medico sulla cartella segnalò che aveva «un sentimento esagerato della propria individualità» specificando che Luigi «paragonasi ai più grandi uomini, parlava sempre dei problemi sociali, delle forme di governo,[...] repubblicano, democratico, ecc.» (133). Secondo il già scontato copione, scriveva che Luigi, superato il periodo caratterizzato dal «delirio maniaco furioso con tendenza a commettere violenza di ogni sorta», ritornò ad essere «docile e ragionevole».  Alla normalizzazione del suo comportamento corrispose l'uscita dall'isolamento, poi il ritorno alla vita di reparto e, infine, la ripresa graduale dei contatti con il mondo cittadino dietro l'autorizzazione dei medici. In quell'occasione, infatti, gli concessero di uscire dal manicomio in compagnia d'altri ammalati, incaricandolo anche di sorvegliarne uno. E Luigi si comportò bene, riuscendo a stare lontano dalla bottiglia e pure a rifiutare il vino previsto nel piano dietetico.  Ma dimesso dal manicomio, il 9 marzo 1873, la sua buona volontà non durò a lungo e dopo solo sei giorni fu nuovamente ricoverato. Ancora una volta fu tenuto in isolamento e non appena superò la crisi fu trasferito nel reparto comune. A quel punto i medici, che avevano individuato nell'ergoterapia il modo migliore per continuare la cura, invitarono Luigi a lavorare come manovale muratore.  Rimasto in manicomio un anno, ritornò dentro dopo aver trascorso solo sette mesi con la sua famiglia. E come era già successo, anche stavolta il medico che l'accoglieva annotò in cartella, oltre alla solita tendenza ad essere violento, anche la «tendenza al filosofare» (134). Qualcosa di nuovo si agitava nella turbolenta vita di Luigi, mentre si faceva sempre più  prolungata la sua permanenza in manicomio. Vi trascorre infatti altri cinque mesi dal marzo all'agosto del 1879 perché «strepita ed urla» per uno stato di alterazione mentale che, scrive il medico inviante, «sembra causata da alcoolismo» (135). Ma una volta dimesso, la breve parentesi casalinga verrà interrotta da avvenimenti che hanno caratteristiche nuove, perché, come ormai non succedeva da tanti anni, sarà nuovamente riconosciuto colpevole dei suoi eccessi, e di lui tornerà ad occuparsi direttamente l'autorità giudiziaria. Erano le quattro del pomeriggio del 15 ottobre 1879 quando «il Veronesi - così come recita la denuncia sporta dalla guardia civica Battista Bersi - avvinazzato ma non ubriaco disturbava le persone che erano riunite al caffè in Corticella, facendo schiamazzo e lazzi, gettandosi in terra, facendo salti dimenando le braccia, gambe». Invitato dalla guardia ad andarsene, incurante del richiamo, rimase nei dintorni. Poco dopo prese di mira i cavalli della carrozza di una contessa, una certa signora Bianconcini, che si trovò a passare nelle vicinanze di Luigi. A quel punto fu sollecitato un nuovo intervento della guardia. Ma, ancora una volta, Luigi si mostrò sprezzante dei richiami. Non solo, dopo averlo investito di ingiurie, lo aggredì con morsi e calci. Nella collutazione ebbe la peggio Bersi, fino a quando non intervennero altri due suoi colleghi. A quel punto Luigi fu bloccato e trasferito in prigione (136). Altri particolari sulla giornata si evincono dal rapporto inviato dalla Questura di Bologna alla Procura, per rendere noto l'arresto di Luigi e la sua traduzione nelle carceri di S. Giovanni in Monte. Dopo una breve presentazione dell'episodio accaduto davanti al caffè, il delegato passa alla presentazione di Luigi: «Il Veronesi ora accennato è un triste soggetto poiché fu più volte condannato per furti, ed altri simili reati, come pure sotto il cessato Governo fu condannato alla Galera in vita per reati comuni, come egli stesso ammette nell'unito verbale di interrogatorio». Poi continua  sottolineando che Luigi tentò di ribellarsi agli agenti anche durante il tragitto verso la prigione. Ma non solo: «Scagliò una serie di ingiurie contro Sua Maestà il Re e tutte le altre autorità, gridando ad alta voce Viva la Repubblica, Felice Orsini, Abbasso il Re e simili altri insulti, attirando l'attenzione del pubblico che ebbe ad affollarsi lungo la via» (137). Il giorno dopo l'arresto, interrogato presso l'ufficio di Pubblica Sicurezza del quartiere di S. Egidio, Luigi fornì una serie di particolari che contribuirono a rendere più delicata la sua situazione agli occhi della giustizia: «Sono stato in gallera e condannato a vita sotto il cessato governo per aver preso parte agli affari politici e quale sospetto in genere di furti ed altre volte arrestato sotto l'attuale regime» (138). Alla fine dell'interrogatorio fu portato in carcere. Più reticente e costellato da una serie di "non ricordo" risulta, invece, il comportamento che mantenne nel corso dell'interrogatorio a cui fu sottoposto dal giudice istruttore nelle Carceri giudiziare di S. Giovanni in Monte il 4 novembre (139). La precisione e la pignoleria con cui si riportano i fatti commessi e le frasi dette dall'imputato sembrano preludere all'andamento poco favorevole della sentenza, pronunciata il 6 aprile 1880. Luigi fu infatti condannato a tre anni di carcere per il ferimento della guardia di Pubblica Sicurezza, e a due mesi per oltraggi e ingiurie (140). Non si puo fare a meno di notare che nei documenti è assente qualsiasi riferimento alla carriera manicomiale, al fatto che altre volte quando era ubriaco aveva mostrato ostilità verso le forze dell'ordine. E' diversa l'interpretazione data alle sequenze verbali a sfondo politico-filosofico di Luigi: per gli psichiatri si trattava di "sentimento esagerato di sé", mentre per i tutori dell'ordine si tratta di una precisa trasgressione, quella di offesa e oltraggio di una pubblica autorità, da punire con il carcere.  Come si spiega il cambiamento di atteggiamento dei tutori dell'ordine nei confronti di Luigi? Perché, questa volta finisce in carcere e non in  manicomio? Qual è la discriminante usata per caratterizzare i comportamenti trasgressivi al fine di individuare la sua responsabilità? Con quale e quanta consapevolezza Luigi si riferisce a precisi uomini e episodi della politica italiana di quegli anni?  Questo diverso comportamento da parte del potere giudiziario di fronte al fatto che Luigi avesse aggredito la carrozza di una contessa e ferito una guardia di pubblica sicurezza, oltre che inneggiato a Felice Orsini e alla repubblica, può trovare una spiegazione nel particolare clima socio-politico degli anni Settanta. Alla stabilità amministrativa conosciuta fra il 1872 e il 1889 a Bologna non corrisponde l'assenza di conflitti politici, in parte provocati da proteste elementari, in parte da precise rivendicazioni di esponenti del movimento anarchico e socialista che, pur essendo poco presente a Bologna, era assai radicato nelle campagne e nella vicina Imola (141). In particolare, gli anni Settanta si caratterizzano in tutto il contesto nazionale per la frequenza degli scioperi a causa del peggioramento delle già dure condizioni di vita dei lavoratori; per i pesanti risvolti della crisi economica del 1873 che aveva provocato il rincaro del pane e di altri generi alimentari di prima necessità (142); per la svolta ideologica in senso rivoluzionario e socialista di quella parte del movimento operaio influenzato dalle correnti politiche di sinistra (143) e per la politica di repressione attuata dalla classe dirigente italiana per tutelare "l'ordine sociale" (144). In breve, fra gli internazionalisti, riunitisi a Bologna nel 1873, si era rafforzata la convinzione che fosse veramente giunto il momento di dare inizio alla rivoluzione sociale, forti ormai dei numerosi proseliti. Ma il governo intervenne tempestivamente e nel 1874 dichiarò sciolte le sezioni dell'Internazionale. Dopo il 1876, ci fu una ripresa delle azioni rivoluzionarie facilitata dal fatto che i processi a carico degli internazionalisti, avvenuti fra il 1875 e il 1876, si conclusero per lo più con sentenze assolutorie a causa della scarsa  consistenza delle prove messe insieme dalla polizia e della massiccia opera di solidarietà messa in atto dalla stampa e da alcuni importanti esponenti del movimento democratico. La ripresa dell'azione era stata favorita, inoltre, dall'avvento della sinistra al governo nel marzo del 1876 (145). Risorsero così circoli e sezioni in diverse regioni italiane. Ma l'imminenza delle elezioni generali, previste per il 5 novembre 1876, portò ad una repentina svolta nell'azione di governo che - per togliere argomenti alla destra - ripristinò la consueta politica repressiva. Ancora una volta seguirono disordini, arresti e processi. Il 6 aprile 1880 fu confermato l'arresto di Luigi, il quale non faceva parte a pieno titolo del gruppo degli anarchici, ma che comunque con il suo comportamento trasgressivo aveva turbato l'ordine pubblico. Il clima infuocato di quegli anni aveva certamente acuito la percezione della pericolosità di qualsiasi comportamento deviante a coloritura anche blandamente politica. Questo può spiegare l'insolito rigore e la serietà con cui vennero considerate le azioni di un individuo che in altre occasioni le autorità avevano bollato semplicemente come "infelice". Dagli atti del processo non emerge nessun tipo di indizio su che cosa abbia portato Luigi a ingiuriare la monarchia e a inneggiare al nome di Felice Orsini e la Repubblica. E' possibile che avesse semplicemente orecchiato quei discorsi fra i suoi compagni di lavoro, i birocciai, annoverati spesso fra le categorie a rischio per la loro sensibilità verso il movimento degli internazionalisti. Di fatto, dopo essere ricorso invano alla revisione del processo, Luigi scontò tutta la pena inflittagli in carcere (146). Mentre si svolgevano tali avvenimenti, anche la sua famiglia non viveva un periodo facile. E presto altri guai si sarebbero aggiunti a quelli derivanti dalla miseria e dalla mancanza del capofamiglia. Infatti, nello stesso anno in cui veniva confermato il suo arresto, fu incarcerato anche il figlio, Vittorio, perché - come recitano i documenti della Reale Pretura Urbana di Bologna -  trovato in possesso di «un coltello serramanico a molla fissa ed accuminato», aveva aggravato la sua posizione apostrofando gli agenti di Pubblica Sicurezza cogli epiteti di «spie, boia, assassini» (147). Vittorio, rinchiuso nel carcere giudiziario di Bologna, faticava ad uniformarsi alle regole che vi vigevano (148). Non potevano lasciarlo un solo momento slegato, che subito si scagliava con forza contro le guardie coprendole di minacce, urla e bestemmie (149). Il suo comportamento sollecitò il rapido intervento dell'ufficiale sanitario del Carcere di San Giovanni in Monte di Bologna, che ritenne opportuno per «evitare inconvenienti più o meno gravi inviarlo in manicomio» (150). Il 21 agosto 1880 il Procuratore di Bologna comunicò a Francesco Roncati di aver richiesto il trasferimento nel manicomio di Bologna del "mentecatto" Vittorio Veronesi, detenuto nel carcere di S. Giovanni in Monte (151). Il giorno successivo il paziente fu trasportato in manicomio da alcuni carabinieri ed eccezionalmente, su precisa richiesta del Procuratore preoccupato per le manifestazioni furiose di Vittorio, da due inservienti del manicomio. Dopo un breve periodo di osservazione fu sistemato nella corsia degli agitati con la diagnosi di "pazzia ciclica" o di "Mania con ricorrenza di agitazione anche furiosa" (152). Durante le crisi veniva sottoposto a "trattamenti coercitivi", cioè l'isolamento e l'uso di strumenti di contenzione.  La cartella clinica di Vittorio, nello spazio riservato alle osservazioni scritte saltuariamente nel periodo di degenza, presenta diverse informazioni sull'andamento della malattia, e soprattutto sulle reazioni comportamentali del paziente. Se in carcere si era contraddistinto per le sue reazioni violente, anche dopo otto giorni di permanenza in manicomio la situazione non sembrava mutata. Il 30 agosto, infatti, il medico annotava: «Il malato è lucido di coscienza in preda di continuo ad agitazione rumorosa con prevalenza di umore allegro: ha una così decisa tendenza a lacerare ed a  rompere tutto quanto gli viene alle mani, che è necessario tenerlo sempre legato ed in cella di isolamento; dorme poco». Qualche mese più tardi, nel gennaio del 1881, era un po' meno agitato, ma permaneva «la tendenza all'indisciplina». Alcune volte assumeva toni minacciosi verso i compagni e il personale di servizio, in generale alternava momenti di grande agitazione e intrattabilità a momenti di «torpore con prevalente taciturnità». Ormai aveva trascorso più di tre anni in manicomio, quando nel settembre del 1883 sembrò riscuotersi dallo stato di stupore e mutismo in cui era scivolato, tanto che a gennaio fu annotato: «L'infermo si è discretamente riordinato nel contegno e nella parola, ha appetito e dorme regolarmente». Ma questo stato di benessere sarebbe risultato essere solo una breve parentesi. Qualche mese dopo, infatti, Vittorio riuscì a fuggire dal manicomio eludendo il controllo dell'infermiere con uno stratagemma. Dopo aver finto di dormire sdraiato in terra, si rialzò di scatto cogliendo di sorpresa l'infermiere che controllava la porta di comunicazione con l'esterno. Fu ritrovato qualche ora più tardi dagli agenti di Pubblica Sicurezza nella sua abitazione in via Torleone e ricondotto nuovamente in manicomio (153).  Dal 1884 in poi nella cartella di Vittorio furono annotati esclusivamente gli avvenimenti legati alle ricorrenti crisi di agitazione, nelle quali prevaleva un comportamento minaccioso e violento indifferentemente nei confronti di altri malati, di infermieri e medici. Un comportamento che verrà così stigmatizzato nel sunto storico: «Vittorio è parimenti maniaco, spesso rumoroso, sempre lucido ed abilissimo indagatore de' difetti altrui e mordente nel rinfacciarli. Scaltro fuor dell'ordinario, e maligno, e traditore e vendicativo, di tempo in tempo sa far sorprese di fuga (riuscitagli qui due volte) e commette violenze. Abilissimo pure nello sciogliersi dai mezzi coercitivi: dei quali fu molte volte necessaria una lunga applicazione attesoché Vittorio Veronesi ha pure accessi di furiosa agitazione. Per lungo tempo l'agitazione maniaca lo colpisce solo durante il giorno, mentre la notte  la passa con tranquillità dormendo, tant'è che può lasciare il cortile d'isolamento o la cella e può essere condotto nel dormitorio comune».  Nel 1885, a distanza di cinque anni dall'episodio che lo aveva portato in carcere, la pretura di Bologna pronunciò la seguente sentenza: «Dichiara non essere luogo a procedere contro Vittorio Veronesi» (154). La sentenza emessa dalla Pretura teneva conto delle indicazioni fornite da Roncati sul decorso della malattia mentale di Vittorio, come testimonia la corrispondenza fra il pretore e lo stesso direttore del manicomio. Di fatto nella vita di Vittorio non cambiò nulla; l'unica variazione registrata andava ad investire la sfera amministrativa. Da quel momento cessava di essere a carico della direzione carceraria e passava a carico della Provincia in quanto "pazzo povero". Non si verificheranno altri cambiamenti, fatta eccezione, come vedremo, il suo trasferimento nel manicomio di Imola nel 1887.  Intanto Luigi, scontata la pena inflittagli, era uscito dal carcere nell'aprile del 1883. Ritornato nella sua abitazione in via Torleone, aveva ripreso il lavoro di barrocciaio, ma anche stavolta durò poco: il 22 agosto dello stesso anno fu nuovamente ricoverato in manicomio (155). Questa volta anche i familiari rimasero impressionati dalla sua aggressività, come si evince dalle informazioni presenti nelle "notizie storiche" compilate dal medico: «Non avendo trovato in casa da dove era fuggito, perché nessuno della sua famiglia ebbe il coraggio di trattenerlo, potei osservarlo, sotto un portico in Via S. Vitale disteso in terra, e potei notare tutti i segni di una mania» (156). Incuriosisce il fatto che nel foglio compilato dal medico non si facesse cenno ai passati ricoveri di Luigi, mentre si segnalava la presenza del figlio in manicomio e il fatto che anche la sua moglie avrebbe dato segni di pazzia. Questa volta l'intervento non fu limitato al periodo che coincideva con il superamento dell'accesso maniacale. Nel 1885, infatti, intervenne il Prefetto di Bologna che in accordo con la Deputazione provinciale stabilì che per ragioni di pubblica sicurezza Luigi dovesse rimanere in manicomio  anche dopo la guarigione (157).  Come reagiva in questi casi l'autorità medica, rappresentata da Francesco Roncati, che si vedeva privata del suo potere di scegliere se e quando dimettere il malato?  Da tempo Roncati si batteva per sostenere che l'ultima parola per ammettere o dimettere i malati di mente spettasse al direttore del manicomio. Ma la mancanza di una normativa sul tema permetteva ai tutori dell'ordine di forzare la mano per far ricoverare in manicomio individui che, sebbene non mostrassero segni di alienazione mentale, di fatto con il loro comportamento turbavano l'ordine pubblico (158). Il conflitto fra la direzione sanitaria e le istituzioni delegate al controllo sociale come questura, procura e comune si giocava su due fronti: quello delle ammissioni e quello delle dimissioni dei malati. Per quanto riguarda le ammissioni, Roncati da tempo sosteneva che per la regolarità dell'ammissione non solo era necessaria la reale esistenza della malattia mentale, ma anche che questa presentasse speciali attributi, attestati dal certificato medico che accompagnava il malato in manicomio. E se gli speciali attributi fissati da Roncati, ossia le "tendenze pericolose ed offensive della decenza e moralità", trovavano consenzienti i rappresentanti dell'ordine, meno consenso c'era quando il direttore del manicomio, con fare ostinato, rispediva al mittente tutti i malati sprovvisti di certificato medico. Egli, pur accettando la funzione di difesa dell'ordine sociale attribuita al manicomio, non condivideva né tollerava che, accanto alla necessità di custodire chi aveva tendenze immorali o pericolose, non vi fosse la reale esigenza di curare un malato di mente. Non era un guardiano - come aveva sottolineato più volte ai membri della Deputazione provinciale - ma un medico specializzato nella cura della malattia mentale. E la documentazione medica che accompagnava l'ingresso del malato aveva per l'appunto la funzione di notificarne l'esistenza (159). Questa richiesta, però, rendeva più lente le pratiche di ammissione che,  invece, gli uffici della Questura avrebbero voluto in alcuni casi immediate. L'intransigenza di Roncati tuttavia non lasciava spazio per altre soluzioni, se non quella di avere tutta la documentazione richiesta al momento dell'ammissione del malato. Di lì i continui conflitti, che a volte trovavano una soluzione nell'opera di mediazione fra le parti della Deputazione provinciale. La necessità di tenere Luigi in manicomio fino al resto dei suoi giorni trovò, comunque, un Roncati consenziente, perché il continuo ripetersi degli accessi maniacali di Luigi dopo ogni ritorno a casa non lasciava intravedere altre soluzioni. Così all'età di sessantuno anni, Luigi si ritrovò in manicomio, senza più nessuna speranza di uscirne. Nei primi giorni di ricovero, Luigi presentò uno stato altalenante fra brevi momenti di tanquillità e lunghi periodi di cupezza e tristezza. Neanche con il passare del tempo le cose sembrarono migliorare, come mostrano le successive annotazioni dei medici: «In discreto stato di nutrizione, rosso in faccia e alla fronte, ha pur rosse e tumide ambedue le congiuntive, mangia e dorme poco (...) da due giorni si è assai eccitato, va dicendo di essere un grand'uomo e che sarebbe stato milionario se non avesse avuto disgrazie (...). Oggi ha battuto la testa nel muro per disperazione a causa del non potere uscire, e si è prodotto una forte contusione alla parte superiore media della regione frontale» (160). Verso la metà degli anni Ottanta il manicomio di Bologna, dopo un lungo periodo di relativa tranquillità, rivive una situazione di drammatica urgenza, simile a quella risolta con il trasferimento del vecchio manicomio in via Sant'Isaia. Quegli anni si caratterizzano in tutto il territorio nazionale per il progressivo, incontenibile affollamento dei manicomi. Roncati, che si era mostrato sin dal suo primo insediamento particolarmente attento agli aspetti "tecnici" ed "igienici" della gestione dell'istituto, aveva più volte fatto presente all'amministrazione provinciale la drammaticità  della situazione. Le sue sollecitazioni avevano causato la discussione avvenuta in Consiglio provinciale il 24 settembre 1885. In quell'occasione era stato ribadito che il manicomio di Bologna, costruito per ospitare 400 malati, in realtà era giunto ad ospitarne 600. Non solo, la minaccia di Roncati di chiudere le porte a qualsiasi nuova ammissione poteva determinare una situazione insostenibile. Dalla discussione sarebbero emerse solo due proposte: quella, suggerita da Roncati, di costruire un nuovo padiglione nello stabilimento di Bologna, e quella, appoggiata dalla maggior parte dei consiglieri, di decentrare la popolazione in esubero. Tre erano le istituzioni assistenziali ed ospedaliere della zona che, secondo le indicazioni emerse nella discussione, avevano i requisiti necessari per ospitare i pazienti a carico della Provincia: il ricovero di mendicità di S. Giovanni in Persiceto e quello di Budrio, il manicomio di Imola.  Nel 1886, dopo aver verificato che la costruzione di un nuovo reparto risultava troppo onerosa e poco efficace dal momento che avrebbe comunque potuto contenere solo sessanta pazienti, l'amministrazione provinciale scelse la via più immediata, quella dei trasferimenti. In seguito alle trattative avviate con la Congregazione di Carità che gestiva il manicomio imolese, fu firmata una convenzione che prevedeva di collocare a Imola 120 malati «colla modica spesa giornaliera di L. 1,20, mantenuta per l'intera durata del contratto, ossia dodici anni» (161). Inoltre, la Deputazione provinciale, seguendo la politica di cercare strutture di appoggio, avviò una serie di contatti - conclusi successivamente - anche con le amministrazioni dei due ricoveri (162). Individuate le strutture di appoggio, rimaneva da scegliere quali pazienti spostare. Su questo punto Roncati aveva le idee ben chiare. Infatti, si era sempre lamentato con le istituzioni competenti per l'impossibilità di effettuare dimissioni di molti pazienti definiti "cronici ed innocui" ed anche di alcuni "guariti". Questi andavano ad occupare, senza  vantaggio per il loro stato, il già esiguo spazio manicomiale, sottraendolo ad altri malati, che, se si fossero potute fornire loro le cure adeguate, avrebbero trovato la via della guarigione in breve tempo. Così, con i Ricoveri di S. Giovanni e di Budrio, che non offrivano strutture ed assistenza di tipo "psichiatrico", furono firmate convenzioni per i pazienti "cronici e tranquilli". A Imola, invece, dove esisteva una tradizione assistenziale specialistica, si potevano inviare anche i pazienti bisognosi di cura (163). Una volta individuata nel decentramento la strategia più opportuna a risolvere i problemi che gravavano sulla buona conduzione del manicomio, a Roncati fu affidato il compito di studiare - in accordo con il direttore dello stabilimento imolese, Luigi Lolli - le modalità del trasferimento, da effettuare in due anni a partire dal 1887, e la scelta dei pazienti da inviare a Imola. Una scelta che - come si evince in una lettera del 5 marzo 1888 - Roncati effettuò tenendo conto del luogo di provenienza del malato, della forma di malattia, della mancanza o rarità delle visite di parenti, dello scarso interesse del caso per l'insegnamento psichiatrico, della necessità di allontanare dal manicomio bolognese alcuni individui a causa di particolari "condizioni individuali" (164). Sarà proprio facendo leva su quest'ultimo punto che Roncati nel 1887 inserirà il nome di Vittorio Veronesi nella lista dei primi pazienti da inviare a Imola, quasi che volesse cogliere al volo la possibilità di allontanarlo dal manicomio di Bologna. Vittorio, infatti, era da tempo considerato un ospite scomodo, un paziente difficile o, come era solito dire Roncati, "della specie peggiore" (165), forse a causa del suo spirito "ribelle", "vendicativo", "traditore", dei suoi comportamenti quasi sempre trasgressivi (166). Fra la fine del 1886 e i primi mesi del 1887, inoltre, il paziente aveva ulteriormente aggravato la sua posizione commettendo una serie di azioni deprecabili, così descritte sulla cartella clinica: il 19 dicembre 1886 «con un mazzetto ha ferito alla fronte un infermo (Berselli) senz'alcun motivo, a  quanto pare»; nel marzo del 1887 «ha rotto dodici vetri di un bazar: richiestone la cagione, ha risposto che anche il lanternaio deve aver qualcosa da dire»; infine in aprile «con un piatto di peltro ha ferito al capo l'infermiere» (167).  Roncati motivò la richiesta di trasferimento di Vittorio facendo leva sul fatto che da quando era stato ricoverato il padre, nel 1883, fra i due si era instaurata un'atmosfera di tensione che sfociava frequentemente in aspri litigi. Fra loro - come avrebbe precisato successivamente il direttore - vi «era astio e correvano minacce» (168). Così nel maggio del 1887 Vittorio sarebbe giunto a Imola, preceduto da una lettera di Roncati che, a scanso di equivoci, chiariva al suo collega i motivi della decisione: «Per soddisfare il desiderio del padre qui recluso, di altri parenti e dello stesso Vittorio» (169). Vittorio rimase nel manicomio imolese fino alla fine dei suoi giorni. Diversa sorte invece toccò al padre, nonostante il divieto posto alla sua dimissione dalla lettera prefettizia del 1885. Nel 1890, infatti, forte delle norme fissate nel Regolamento organico del manicomio di Bologna - approvato due anni prima - in termini di ammissioni e dimissione, l'amministrazione provinciale decise che poteva arrogarsi il diritto di dimettere chi non si trovava più nelle condizioni prescritte per essere accolto in manicomio. Fra questi Luigi, la cui dimissione era stata, peraltro, più volte sollecitata dai suoi familiari. Viene dimesso, infatti, "guarito" il 28 ottobre 1890. Dopo cinque anni di una vita talmente calma da non avere più lasciato tracce negli archivi della città, Luigi Veronesi morì nel letto di un ospedale generale. 
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