TY  -  JOUR
AU  -  Diodoro, Danilo
AU  -  Ferrari, Giuseppe
AU  -  Giacanelli, Ferruccio
AU  -  Iachini, Santa
AU  -  Migani, Cinzia
T1  -  Il consolidamento dell'istituzione psichiatrica
PY  -  1997
Y1  -  1997-10-01
DO  -  10.1722/2763.28125
JO  -  Nóos
JA  -  Noos
VL  -  3
IS  -  4
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
Y2  -  2026/05/25
UR  -  http://dx.doi.org/10.1722/2763.28125
N2  -  Questa volta Luigi uscì dal manicomio in piena estate nel mese di agosto del 1867. Appena varcata la soglia dell'istituto, davanti ai suoi occhi si presentò un'immagine desolante: Bologna, oppressa dal caldo e dall'afa, era stretta nella morsa di un'imminente epidemia di colera. Le pessime condizioni igieniche della città e l'alta temperatura costituivano un fattore favorevole per la proliferazione dei bacilli. Inoltre, le abitudini dei bolognesi - come del resto era comune in quell'epoca - non erano delle migliori: usavano di gettare l'immondizia all'aperto, e considerato che le fogne erano scoperte, che nelle case mancavano i servizi igienici essenziali, e che le strade erano spesso attraversate da carri trainati da buoi che lasciavano residui d'ogni tipo, non c'era da meravigliarsi troppo che l'epidemia non si arrestasse. Un'ispezione nei quartieri più poveri e più sporchi - tra cui il Torleone - condotta dalla Commissione comunale formata in occasione dell'epidemia, portò alla luce lo stato di estremo squallore in cui si trovavano gli alloggi. Le case apparvero umide e buie, spesso sudicie per l'immondizia che vi era abbandonata, mancavano di "cesso e latrine", l'acqua per usi domestici era inquinata (80). Si stringevano attorno a cortili estremamente angusti, che non lasciavano filtrare luce ed aria nelle parti interne delle case; le scale d'accesso erano strette, buie (81).  Se la città offriva un'immagine di desolante miseria, nel manicomio la situazione era ancora più drammatica.  Nel 1860 Carlo Livi, il celebre psichiatra milanese che si era recato in visita al manicomio bolognese, rimase talmente impressionato dall'atmosfera cupa che vi regnava, da trasmetterla in un'accorata descrizione. «Io vidi» scrisse «latrine aperte in ogni camera, o difese appena da' guanciali del letto, e letti ne' sottoscala e pavimenti umidi e tetti in rovina, e un orto che serviva da passeggio per gl'uomini ora riservato alla cultura de'cavoli, e bagni di terra che trasudano l'acqua, e monache che mettono mano in tutto, e donne seminude e torme di folli oziosi, inquieti, minaccevoli aggirarsi di qua  e di là come menati da infernale bufera. Tale il manicomio di Sant'Orsola a Bologna, del quale sarebbe stato più lodevole cosa tacere, se non fosse utile talvolta all'immagine del bene contrapporre anche quella del male e del pessimo» (82). La desolazione che Livi aveva conosciuto nel 1860, sarebbe rimasta inalterata negli anni a venire. Nell'aprile del 1865 Roncati scrisse al soprintendente degli ospedali per denunciare l'insostenibilità della situazione: «Questo stabilimento, capace appena di servire come insalubre dormitorio a 210 alienati, ma destinato a servir loro tutt'assieme come luogo di continuo ed unico soggiorno, presentemente trovasi così sovrappieno d'infermi, ormai in numero di trecento, che l'ammissione di altri nuovi sarebbe al tutto da rifiutare, se ciò non fosse reso impossibile dalla qualità della malattia». Il manicomio si era trasformato in un insalubre serbatoio poiché, continua Roncati «tanto i poveri infermi vi sono stipati e tanto vi si corrompe l'aria nelle ore notturne, la quale un'ora o due dopo chiuse le finestre, manda un fetore il più ributtante ed insopportabile» (83). Alla lettera di Roncati seguì l'immediata reazione del Corpo amministrativo che iniziò a far pressione sulla Provincia affinché provvedesse almeno a diradare l'esorbitante numero dei ricoverati. La Deputazione prese contatto con altri manicomi, tra cui Reggio Emilia, Pesaro, Imola, per trasferirvi quanti più pazienti possibile (84). Ma il provvedimento era del tutto inefficace di fronte alle drammatiche proporzioni del problema e non servì neanche a placare le insistenti lamentele del Corpo amministrativo. Nel maggio dello stesso anno, infatti, avrebbe di nuovo affrontato la questione dichiarando che lo sfascio del reparto per i pazzi «costituisce un'offesa alla civiltà» (85). Come ultimo atto, «ritenendo di rendersi complice di una offesa all'umanità, conservando l'esercizio di siffatto stabilimento», deliberava all'unanimità di dichiarare alla Provincia di sgravarsi da quell'onere.  Al di là dei proclami ufficiali, al Corpo amministrativo risultava conveniente liberarsi della gestione del reparto manicomiale perché ormai costituiva un peso troppo ingombrante, mentre in quel momento riteneva più opportuno indirizzare le sue risorse alla riorganizzazione dei reparti di medicina generale e delle cliniche universitarie. Una prima risoluzione del problema era stata indicata dal decreto Farini, che nel 1860 predisponeva la riorganizzazione di tutta la struttura ospedaliera e destinava alle cliniche mediche l'ospedale Azzolini. Ma l'angustia dei nuovi spazi e la necessità di disporre di malati adatti alle finalità didattiche delle cliniche, propongono il S. Orsola come luogo più idoneo per i fini accademici. Di qui la necessità di allontanare da esso il reparto per i "mentecatti" il che, nello stesso tempo, risulta anche un'operazione funzionale alla costituzione di una struttura assistenziale autonoma. Il decreto Farini stabiliva che «dallo spedale S. Orsola verrà tolto il manicomio» e che «alla custodia e cura dei dementi sarà provveduto col destinarsi un manicomio generale per le province dell'Emilia, ovvero uno speciale per la provincia di Bologna» (86). Questo accenno aveva alimentato un vivace movimento di progetti, di studi e di commissioni che, però, non portarono a nulla. L'ambiguità delle competenze spettanti alle diverse istituzioni coinvolte nel problema bloccava ogni iniziativa ad un passo dalla realizzazione concreta. Il tutto fu chiarito solo nel 1865, grazie alla legge emanata il 30 marzo sull'ordinamento comunale e provinciale che attribuiva alle province il carico della spesa per il mantenimento degli alienati. A questo punto la Deputazione provinciale prese in mano le redini della questione. Richiese nuovamente la consulenza dell'ingegnere Gardella ma, come in passato, le cifre che si prospettavano per costruire un nuovo manicomio risultavano insostenibili (87).  Ma «quando si fosse voluto correr dietro ad un ottimo ideale (nelle cose umane troppo spesso nemico del buono reale) i poveri reclusi avrebbero perduto (Dio sa per quanti anni) di lasciare il vecchio luogo, orrido ed  insalubre, in sommo disacconcio e non adattabile mai» (88). Così Roncati, con la sua mente pratica, interpretò lo stato delle cose e di conseguenza  iniziò a cercare una soluzione di compromesso. Seppe coltivare con abilità il suo legame con Francesco Rizzoli. Egli, oltre ad essere una delle personalità più influenti nell'ambiente politico e medico bolognese, aveva mostrato, in più occasioni, interesse nei confronti della questione manicomiale. Insieme avrebbero individuato una soluzione di compromesso, impostando poi una strategia per renderla accettabile agli amministratori. Nel novembre del 1866 Rizzoli consigliò a Roncati di scrivere alla Deputazione per suggerire come un edificio già esistente, l'ex convento delle suore Salesiane, fosse adatto, con poca spesa, ad essere trasformato in manicomio. Egli a sua volta avrebbe caldeggiato la proposta alla Deputazione mostrandone gli aspetti positivi. A partire, infatti, dalla considerazione che non vi erano soldi per costruire un nuovo edificio, giunse a individuare nell'ex convento, ormai vuoto per la soppressione delle corporazioni religiose, il luogo più adatto (89). Il richiamo di Rizzoli alla legge per la soppressione degli ordini religiosi e la liquidazione dell'Asse Ecclesiastico giungeva senz'altro opportuna. Ma quando era stata emanata, il 7 luglio 1866, era ancora in corso la guerra con l'Austria e la maggioranza dei locali era attribuita all'esercito. Per questo la commissione congiunta Provincia-Comune incaricata di formulare un piano generale per la sistemazione di asili, ricoveri, ospedali, scuole, aveva in realtà uno scarso margine di manovra. Oltretutto alcune corporazioni religiose avevano evitato lo scioglimento trasformandosi in Opere Pie (90). I pochi locali che rimanevano erano contesi tra comune, provincia e comandi militari. Comunque, nel maggio del 1867 la commissione distribuì gli spazi disponibili attribuendo alla Provincia l'ex convento delle Salesiane. Ma la Prefettura avanzò delle richieste per ridurlo ad uso carcerario. Allarmato da queste voci, Roncati scrisse all'Amministrazione degli ospedali: «Il prof.  Rizzoli promettevami di fondare e formulare una mozione alla stessa Deputazione provinciale, affinché volesse salvare quel bello stabilimento dalla minacciata conversione in ospizio carcerario, e destinarlo fin d'ora a divenire il nuovo manicomio di Bologna» (91). Per dare più peso alla richiesta, Rizzoli sollecitò Roncati a dare un parere tecnico sulla collocazione e le caratteristiche dell'ex convento. Egli scrisse che questo assicurava due esigenze fondamentali: la quiete e la spaziosità; inoltre permetteva di costituire al suo interno un reparto di osservazione per i malati di mente, particolarmente utile in una grande città ma soprattutto funzionale perché essendo vicino all'università rendeva più agevole lo studio dei casi clinici (92).  I requisiti di base dunque c'erano: mancava solo l'occasione. Bisognava forzare i tempi poiché le lungaggini burocratiche rischiavano di vanificare anche l'economica soluzione indicata da Roncati e Rizzoli. Occorreva un avvenimento che potesse conferire all'operazione un carattere d'urgenza.  E l'avvenimento, in realtà, si stava già profilando. Erano ormai due anni che a Bologna imperversava il colera, portando molti ad allontanarsi dalla città per sfuggire al contagio (93). Il caldo persisteva e rendeva sempre più precaria la situazione, soprattutto in quei posti dove le condizioni igieniche erano peggiori e la gente s'ammucchiava in spazi angusti. Roncati non mancava di evidenziare i rischi insiti nelle drammatiche condizioni del S. Orsola che favorivano una veloce propagazione del morbo, ed utilizzava l'argomento come strumento di pressione nei confronti dell'autorità. Il 10 settembre scrisse all'Amministrazione provinciale che: «Si rendeva necessario di provvedere senza indugio ad un traslocamento di tutti quei pazzi convalescenti od innocui o che non abbisognavano di cure speciali» (94). La spregiudicata utilizzazione dell'argomento era senz'altro in linea con lo spirito dei tempi. Le epidemie di colera, infatti, con il loro carattere di emergenza, spingevano le autorità a prendere quei provvedimenti in  materia igienica e sanitaria altrimenti procrastinati. Mancava, pertanto, solo un caso di colera fra i ricoverati per rendere palese quell'urgenza a cui Roncati si richiamava.  E l'undici settembre fu scoperto il primo caso di colera nel manicomio. A quel punto Roncati aveva una prova inoppugnabile; decise di rompere gli indugi scavalcando i burocrati. Come avrebbe confidato a Rizzoli il 14 settembre del 1867: «Sarebbe assolutamente necessario di cogliere questa propizia occasione (sia benedetto il colera?) per vuotare del tutto il piano inferiore del Manicomio, unanimemente dichiarato per inabitabile ed anche diradare il piano superiore» (95). Immediatamente dopo la scoperta ordinò che un primo gruppo di «alienati convalescenti, tranquilli e quelli non bisognevoli di cure speciali» lasciasse il S. Orsola. Fece aspettare la sera affinché il buio nascondesse alla vista della gente la processione dei malati. Furono aperte le porte del S. Orsola e i primi ricoverati presero la via per l'ex convento delle Salesiane. Erano sorvegliati dagli infermieri e recavano con loro voluminosi oggetti. Ufficialmente questo era stato voluto da Roncati per provvedere agli "agitati e pericolosi" allestendo «camere d'isolamento e sicurezza, mettendo provvisorie inferrate alle finestre e forti imposte agli usci, ciò avea pur condotto a manomettere o guastare gran parte de' vecchi luoghi, dai quali appunto si toglievano, per darle al nuovo, le inferrate e le imposte, in uno coi grossi ganci e rozzi serrami» (96). Ma in cuor suo Roncati perseguiva un piano più sottile.  A partire dal 12 settembre, e per circa una settimana, piccoli gruppi di ricoverati ogni notte si trasferirono nell'ex convento camminando a ridosso dei muri, quasi furtivamente perché il direttore aveva raccomandato la massima circospezione. Pochi giorni dopo, Roncati chiese di poter trasferire i malati che si trovavano al piano inferiore del S. Orsola. Dal momento che non si era più notato nessun caso di colera né lì né in città, spostò l'attenzione su un altro punto: «Quel pian terreno, veramente sotterraneo,  perché di due metri sottostante al livello della strada circondaria,(...) una vera cantina massime nell'inverno e nelle stagioni delle nebbie e delle piogge, dove l'acqua filtra pel pavimento, e l'umidore dell'atmosfera inzuppa alla lettera la biancheria dei letti» (97). La "Sopraintendenza degli Ospedali" autorizzò Roncati a completare il trasferimento dei ricoverati, compresi i "pazzi furiosi", secondo i suoi piani. Mancava ancora il consenso della Deputazione. Ma anche il cielo venne in suo aiuto: nella notte tra il 16 e il 17 un furioso temporale si scaricava sulla città. Durò fino le prime ore del mattino, provocando allagamenti nelle parti più basse della città. Così, complice il temporale, gli amministratori non osarono impedire che altri trenta ricoverati fossero trasferiti. Ormai erano rimasti pochi malati al S. Orsola, quando il 19 settembre il Corpo amministrativo degli Spedali «fatto riflesso alla convenienza di tenere uniti gli alienati in un solo Stabilimento, ordinava che fosse completato il traslocamento dei medesimi dal Manicomio di S. Orsola all'ex Convento delle Salesiane, ciò che il 23 successivo il Direttore Prof. Roncati significava essere già stato eseguito» (98).  Roncati perciò ottenne due obiettivi: fece ultimare il trasferimento e nello stesso tempo scongiurò il pericolo di un ritorno al passato, nonostante il fatto che ufficialmente l'operazione dovesse avere un carattere di provvisorietà. Infatti i "guasti" che aveva fatto arrecare al vecchio manicomio dovevano - come riconoscerà egli stesso - «cadere a provveduto fine» e cioè «rendervi malagevole o quasi impossibile il ritorno de' pazzi: i quali, dacchè i più si tiran dietro i meno, erano già a mezzo ottobre nella nuova sede tutti quanti» (99).  Al termine dell'impresa lo sbrigativo commento di Roncati fu: «Cosa fatta capo ha» (100) Come mai era riuscito in ciò che ad altri non era stato possibile? Certamente risultò utile il suo pragmatismo, la sua capacità di tessere compromessi e soprattutto l'accortezza nello scegliere le amicizie giuste. Le qualità personali erano poi completate da un tipo di formazione  funzionale alle esigenze dei tempi.  Infatti, dopo la laurea in medicina conseguita a Modena, Roncati si distinse proprio per le cure prodigate in occasione dell'epidemia colerica del 1855, che gli valsero una borsa di studio per un periodo di formazione all'estero. A Vienna e a Berlino seguì le lezioni di illustri clinici e fisiologi e, rientrato in patria, iniziò a lavorare come aiuto di Luigi Concato presso la Clinica Medica dell'Università di Bologna. Nel 1864 gli fu affidata la cattedra di Medicina Legale e Igiene. Dal 1864 al 1905 avrebbe mantenuto la direzione del manicomio bolognese e a partire dal 1888 avrebbe occupato la cattedra di Psichiatria istituita proprio in quell'anno. Nonostante l'impegno accademico, non produsse mai opere di argomento psichiatrico di particolare rilievo teorico. Però si distinse nel settore più pratico della tecnica manicomiale e dell'igiene, due aspetti che avevano assunto una grande rilevanza nel dibattito psichiatrico all'indomani dell'unificazione.  Le frequenti epidemie contribuirono a rendere più sensibili le autorità e l'opinione pubblica ai problemi dell'igiene e della sanità. Contrariamente, infatti, a quanto era successo in passato, dopo il 1860 si inizia a percepire la necessità di strategie a lungo termine per risolvere quella che era ormai diventata la "questione dell'igiene" (101). All'interno di questo discorso il medico si pone come l'interlocutore privilegiato della classe dirigente grazie alle sue conoscenze scientifiche e alla sua preparazione professionale (102). L'igiene, quindi, costituisce un settore che è funzionale al disegno più complesso della classe medica di consolidare il suo ruolo nella società post-unitaria (103). La questione dell'igiene, ed in primo luogo delle condizioni ambientali, aveva un'importanza centrale nel dibattito scientifico dell'epoca, largamente influenzato dalla cultura medica tedesca sull'argomento (104). In particolare, erano molto conosciute le teorie di Virchow, secondo cui l'osservazione dell'ambiente in cui viveva il malato era essenziale nello studio della malattia, mentre favorevoli alla cura erano da  considerarsi gli spazi ben ventilati ed "aperti" (105). Roncati, che era stato allievo di Virchow, in linea con il clima di quegli anni invocò proprio motivazioni di carattere igienico nella richiesta di trasferimento.  Ma l'allontanamento del manicomio dal S. Orsola era funzionale anche ad un altro aspetto: la riorganizzazione delle cliniche mediche. Questo era tanto più necessario in quanto la formazione professionale, fondata sul metodo clinico, costituiva la una premessa essenziale in vista del ruolo e del prestigio sociale che il medico intendeva consolidare. E, non da ultimo, la funzione via via più importante di custodia dell'ordine sociale che le istituzioni post-unitarie tendevano ad attribuire al manicomio rendeva necessaria l'esistenza di uno spazio sanitario autonomo e ben organizzato. Il richiamo alla funzione custodialistica è reso manifesto dalle varie circolari emesse per stabilire i requisiti di ammissione dei "mentecatti". Ad esempio, in una circolare diffusa dall'Amministrazione provinciale nel 1872 e diretta ai sindaci, si legge: «L'obbligo delle provinciali aziende sul mantenimento dei mentecatti poveri, non può estendersi oltre a quegli individui che siano pericolosi a se stessi od agli altri, ovvero siano di grave scandalo ai buoni costumi ed alla pubblica morale» (106).  Fu grazie al convergere di tutte queste variabili che probabilmente a Roncati e non ai suoi predecessori riuscì di portare a termine il progetto di dar vita ad un manicomio autonomo. Una volta ottenuto il trasferimento del manicomio nell'ex convento delle Salesiane, si pose subito il problema di ristrutturare l'ambiente per renderlo adatto alla nuova funzione. Ancora una volta, non si potevano aspettare i tempi delle delibere amministrative. L'inverno era alle porte e i malati di tutte le categorie, uomini e donne, tranquilli e "furiosi", convivevano promiscuamente tra quelle mura spoglie. Ormai abituato ad arrangiarsi, Roncati aveva avviato i lavori di ristrutturazione quando i primi ricoverati avevano messo piede nell'ex convento, utilizzando le  risorse su cui poteva già contare: gli stessi pazienti e i materiali che aveva fatto trasportare dal S. Orsola. I ricoverati sterravano, abbattevano, costruivano, contribuendo a tirare su quel manicomio che li avrebbe ospitati. Fu anche grazie a questi lavoratori che il 22 settembre Roncati potè scrivere che i lavori «più urgenti sono ultimati già ora, giacché è a credere non debba avvenire nessuno sconcio di fuga di ammalati, di suicidi ecc. sconci tanto facili ad accadere in simili circostanze, e di cui siamo andati fino al presente per gran fortuna immuni». Convinto della necessità di occultare la follia, già in questa prima fase «prese le massime cure affinché gli ammalati rumorosi non debbano nella notte far sentire le lor grida: del che siamo interamente riusciti, giacché l'ortolano che abita nel recinto dell'ex convento ha dichiarato di non accorgersi punto nella notte che il luogo sia ora abitato da tanta gente: e si che a lui pure era stato fatto credere, che non avrebbe mai più dormito dopo questa nostra invasione» (107). Sbrigate le cose più urgenti, rimaneva però il grosso. Ripensando a quegli anni pioneristici Roncati ebbe a dire: «Dal 1868 al 1871 volsero tre annate di affanni e pericoli e disagi indicibili. Dapprima, pel mancare de' provvedimenti necessarii alla sicurezza, al riscaldamento, alla separazione de' pericolosi ed agitati (anzi incompleta pur quella tra uomini e donne), ed al mancare della cucina nell'istituto». Ma le difficoltà furono aggirate da Roncati in maniera addirittura vantaggiosa: «E tali erano le angustie, tanti gl'imbarazzi pel mancare de' luoghi sufficienti al raduno nel giorno ed alle opportune separazioni, che si divisò tenere gran numero de' tranquilli e dei meno pericolosi, tante ore del giorno, in un sotterraneo, cioè occuparli laggiù con picconi, badili, pale, carriuole e conche e barelle a smuovere, caricare e portar fuori dal più vasto e bello de' sotterranei del vecchio convento una enorme quantità di terra» e così questo «divenne la gran legnaia dell'istituto, laddove della terra, già portatane fuori, si fece utilmente montagna a ridosso della ghiacciaia» (108). In questa occasione Roncati aveva sfruttato pragmaticamente un principio ritenuto importante dal punto di vista terapeutico: l'ergoterapia. Pinel già nei primi anni dell'800 aveva teorizzato il valore terapeutico del lavoro nel trattamento morale. La sua concezione, diffusasi fra i colleghi italiani, si fondava sul principio che il lavoro potesse normalizzare il comportamento del malato restituendogli quel senso di ordine che la follia aveva minato. Tale principio era condiviso da Roncati che sosteneva che i malati di mente «per lo più inaccessibili alla logica del discorso, quando per esempio li si volesse convincere della falsità delle loro idee, sono invece ben acconci a quell'ordine di idee ed atti, che si richiede per un lavoro; e già un lavoro qualsivoglia è una logica successione e coordinazione di fatti» (109).  Nel primo periodo seguito al trasferimento, Roncati si occupò principalmente dell'edificazione materiale del suo manicomio. Riteneva infatti che fosse essenziale da un punto di vista terapeutico che avesse una certa configurazione architettonica e che fosse dotato di particolari accorgimenti tecnici, perché, come scrisse in una lettera, «un Manicomio bene costruito ed ordinato forma già per sé uno strumento massimo di cura della pazzia» (110). Per questo nel 1869 fece riprendere in grande stile i lavori secondo una linea precisa: «Trarre il maggior vantaggio dalle parti vecchie dell'edifizio, ed avendo sempre dinanzi alla mente, ben pensato e maturo, il concetto tecnico e igienico da raggiungersi di mano in mano». Il suo disegno non era certo facilitato dallo stato delle cose; la vecchia muratura dell'edificio (che risaliva al 1542), all'apparenza solida e massiccia, in realtà era un fragile miscuglio di sassi e terriccio. E poi un ex convento non avrebbe mai potuto eguagliare la regolarità e l'efficacia di un edificio costruito ad hoc. Ma il duttile realismo che lo contraddistingueva fece sì che Roncati non si perdesse d'animo.  Bisognava cogliere al volo le occasioni e valorizzarne i lati positivi. Secondo lui l'ex convento ne presentava: «L'edifizio, diviso in vari corpi di fabbrica,  con ispazi scoperti, a prato, a giardino, ad orto: e tutto attorno un alto muro di cinta, da onde impedito il fuggire de' reclusi, ed anche tolta per esso ogni vista indiscreta dall'esterno. La positura poi, così bella e salubre come opportuna, perché in remota parte della città, presso alle mura della cinta daziaria» (111). Quando avviò i lavori di ristrutturazione era determinato a realizzare quelle innovazioni che aveva visto e studiato in Germania, in Francia e in Austria. Ma quando espresse le sue idee per il rimodellamento dell'edificio, si trovò subito contro l'amministrazione provinciale che dal 1° gennaio 1869 si era assunta a tutti gli effetti la competenza sugli affari manicomiali, essendo decaduto il mandato del Corpo amministrativo degli Spedali. Il suo patrimonio finanziario, però, era troppo esiguo, né in quei tempi di secca austerità poteva sperare nell'aiuto del Governo centrale. Di conseguenza, la linea era quella di ridurre le spese quando possibile e dovunque possibile. Roncati insisteva: c'erano pochi soldi, bene, avrebbe ridotto i lavori a quegli aspetti "tecnici" più necessari e avrebbe anche usufruito dell'apporto di alcuni pazienti. Egli descrive così la situazione: «Nella primavera del 1869 cominciò un altro biennio di nuove brighe e di continui affanni, dati per la intrapresa de' gran lavori: i quali, come in nessun altro caso sarà accaduto mai, furono compiuti trovandosi 300 pazzi in quello stesso luogo dove agivano da 150 a 200 operai, ed anzi pure col concorso di 50 e più pazzi in aiuto loro, per opere di sterro, e per caricare o scaricare barocci, ed anche portare sui palchi delle fabbriche i mattoni e la malta ed i secchi dell'acqua» (112). Pur tra mille difficoltà e tentennamenti i lavori proseguirono.  Ma nel 1870 in seno alla Deputazione provinciale si accese un aspro dibattito innescato dalla lievitazione esorbitante delle spese dovuta alle continue richieste di miglioramenti avanzate da Roncati. Nelle sale della Provincia in quei giorni si assisteva a discussioni accalorate e apparentemente inconciliabili; ognuno sosteneva con forza il suo punto di  vista e cioè da una parte l'economia e dall'altra la "tecnica manicomiale". Alla fine emerse una linea di compromesso: portare a termine solo quei lavori che dovevano garantire «le fondamentali esigenze tecniche» specificate da Roncati: «La separazione assoluta della sezione degli uomini dall'altra delle donne, ed in ciascuna le sottosezioni per agitati, semiagitati, sucidi, tranquilli, infermi di malattie comuni» (113).  A distanza di un anno il disegno che Roncati aveva nella mente era ormai quasi completamente delineato ed iniziarono ad arrivargli i primi apprezzamenti. Roncati era soddisfatto, iniziava a pensare di aver raggiunto la sua meta, quando sopraggiunse un nuova doccia fredda. Il 18 marzo 1871 la Deputazione provinciale ordinò di sospendere i lavori perché le spese erano eccessive. Dopo la rituale fase di dibattimento si raggiunse anche stavolta il compromesso: i lavori sarebbero proseguiti ma ogni eccedenza di bilancio sarebbe stata sottoposta all'approvazione del Consiglio provinciale, il supremo organo deliberativo. Ad ogni modo, sia pur a prezzo di continue mediazioni, Roncati riuscì ad imprimere all'edificio una configurazione che rispecchiava a grandi linee i principi fondamentali del suo ideale "scientifico" di manicomio. Ma il fragile equilibrio che era riuscito ad instaurare tra richieste amministrative e principi scientifici si sarebbe infranto col passare degli anni. L'edificio, infatti, rimane tale e quale fino all'inizio del nuovo secolo, fatta eccezione per alcune aggiunte di scarsa rilevanza. All'immutabilità in questo senso, però, fa da contraccolpo la continua variazione nel numero dei ricoverati, destinato ad aumentare ad un punto tale da travalicare le ordinate geometrie che Roncati aveva cercato di predisporre. Scriverà amareggiato nel 1879: "Ormai può esser detto della maggior parte di questo Manicomio, che esso sia poco più di un grande dormentorio [!], tanto vi è l'ingombro dei letti in ogni sezione, ed anche in talun corridoio e luogo di passaggio, per alienati tranquilli. Ma pei sucidi e semiagitati, ai quali fanno bisogno  speciali provvedimenti, manca oggimai lo spazio ai letti e manchevoli del tutto si mostrano le sale dovute destinare insieme a servir loro di refettorio e di luoghi per raduno nella giornata» (114). L'ideale scientifico che Roncati perseguiva nella costituzione del manicomio si traduceva in quattro canoni fondamentali: ordine, sicurezza, isolamento, separazione. Isolamento per Roncati significava occultare la follia all'interno di una fortezza completamente separata dall'altra città, quella in cui abitava la gente "normale". Su questo l'amministrazione provinciale era d'accordo. Nel fondo del loro animo i consiglieri dovevano percepire come una sottile inquietudine al pensiero di una mente che funzionava secondo leggi diverse dalla loro e che imponeva ai folli un comportamento irrazionale, incomprensibile e imprevedibile. Una sottile inquietudine che poteva sovvertire il razionale funzionamento che si cercava di imprimere alla società. Era scandaloso vedere la follia così come era scandaloso vedere tutto ciò che andava al di là della norma; ma era indecente anche per i pazzi essere visti, cioè offrirsi nella nudità della loro mente degradata, dei loro corpi talora aberranti. Allora bisognava nasconderli alla vista, perché quei corpi potevano racchiudere esseri estranei al comune sentire. Nel 1885 un consigliere provinciale affermerà che vedere i folli «è un gravissimo inconveniente, uno scandalo dannoso, intollerabile per chi è fuori e per chi è dentro» (115). Quindi bisognava alzare muraglie sempre più alte, occludere finestre che guardavano "dentro", abbattere torri insidiose. Il muro che cingeva completamente il manicomio, e che Roncati rafforzava di continuo, è il simbolo materiale della volontà di isolare e nascondere.  L'isolamento era anche la condizione necessaria per costruire all'interno dei confini del manicomio uno spazio razionale ed ordinato. Uno spazio che nella mente di Roncati corrispondeva ad una geometria di forme distinte e delimitate che racchiudevano ciascuna i corpi dei ricoverati raggruppati secondo le diverse malattie. Tante fortezze nella fortezza. Tante «sezioni e  sottosezioni e costruzioni staccate, e ad ognuna luoghi di refettorio, di raduno, di dormentorio, di passeggio coperto e scoperto» (116). Ogni "sezione e sottosezione" era destinata a racchiudere «i tranquilli e i convalescenti, datone uno per gli agitati, un altro per i semi agitati, e riservato l'acquisto d'una vicina colonia per i lavoratori campagnoli, si sono uniti nella sezione de' sudici gl'idioti, i paralitici, e gli epilettici non violenti, e s'è aggiunta una sezione per i fanciulli, oltre per gli infermi di malattie avventizie, e insieme per i nuovi entrati e per quelli che tendono al suicidio non che parecchi appartamenti per i ricchi, e per individui di civil condizione, ma di mediocre fortuna». Ma perché il manicomio deve sezionarsi, come scrisse Zani, secondo «un ordinamento ragionato delle diverse specie de' pazzi»? Perché «se i pazzi non possono giovarsi scambievolmente, nemmeno s'hanno a nuocere, e debbono trovarsi in conformi circostanze di bisogni, di sorveglianza, di cura» (117).  Assillato dal timore del suicidio e dell'autolesionismo dei malati, Roncati teneva in grande considerazione anche la sicurezza. Per questo ordinava che si arrotondassero gli angoli, che si evitassero i ferri spioventi, che si ponessero in alto le finestre nei reparti dei "suicidi", che si situassero all'incrocio tra due corridoi, dove erano ben sorvegliate, le celle per i più pericolosi. Ed ancora, si costruivano celle di isolamento, pesanti letti di ferro, finestre speciali, poltrone di repressione. Nel manicomio era impiegata la "tecnologia" più avanzata per provvedere al mantenimento e al controllo dei corpi dei malati, tanto che divenne un modello esemplare di "tecnica manicomiale". Così nel 1874, in occasione di un congresso medico, il Presidente del Comitato medico bolognese, Brugnoli, chiese che una Commissione di rappresentanza potesse visitare lo stabilimento perché: «Fra gli Istituti Sanitari di cui va ricca la nostra Bologna il monumentale Manicomio che con tanta magnificenza sorge fra le sue mura merita di preferenza una onorata menzione, e sarà naturalmente oggetto di  ammirazione, di curiosità e di studio per la Commissione che avrà il compito di visitarlo».  Ma questa tecnica manicomiale che a Bologna costituiva motivo di vanto era criticata dai medici che credevano in un intervento più attivo della psichiatria, come il milanese Rosmini, che aveva scritto: «Non mi fece davvero buona impressione il veder prepararsi fra le nuove costruzioni delle vere celle da reclusione pei futuri agitati, cinte da doppie muraglie e da cancelli di ferro e da finestre inferriate, e munite di specole per il guardiano onde non esporlo a lotte col malato e fin col terreno inclinato per dare libero scolo ai liquidi». Perché era così critico? Perché riteneva che i "meccanismi ingegnosi" di Roncati non curassero e che anzi, facessero somigliare il manicomio ad un carcere per criminali (118). Roncati, invece, credeva molto nell'efficacia terapeutica della struttura manicomiale, soprattutto in quella del suo manicomio così attento alla reclusione, separazione, pulizia, nutrimento e repressione dei corpi. Perché il solo fatto di isolare il paziente dall'ambiente disordinato in cui era vissuto e che aveva contribuito a farlo ammalare, di racchiuderlo all'interno di un piccolo mondo ordinato e controllato, era ritenuto determinante per ristabilire l'equilibrio interno. E poi quel muro così alto che circondava il manicomio serviva anche da schermo per riparare dal "fuori" caotico, imprevedibile, ove gli elementi non erano tutti sottoposti al controllo e all'ordinamento della ragione, un fuori che, come scriverà più tardi un amministratore «provoca uno stato di eccitazione contrario alla cura». (119) Ma non bastava isolare il malato, delimitare lo spazio, separare le diverse forme di malattia, per raggiungere l'ordine tanto necessario alla cura. Occorreva che il controllo si estendesse anche al tempo vissuto entro quelle mura e alla condotta del personale. Ad ogni persona era attribuito un compito specifico che si traduceva in azioni precise finalizzate a scopi precisi da compiersi entro tempi stabiliti e ripetitivi. Bisognava sezionare lo spazio e  sezionare il tempo, scandendolo al ritmo sempre uguale delle ore. Il meccanismo simbolo di questo tempo era l'orologio: «In ogni stabilimento, dove con regolare distribuzione i servizi sono ordinati e debbono compiersi secondo un orario prefisso, è indispensabile vi sia un orologio a comodo di tutto il personale». Ma l'orologio, ritmo matematico e ripetuto del tempo, scandiva anche il ritmo per riordinare la mente: «In un manicomio poi il suono di un orologio è utile anche come mezzo a richiamare i pazzi in se stessi, ed a favorire il riordinamento delle loro idee» (120). All'interno del tempo spazializzato si dispiegava il "meccanismo" organizzato del lavoro. Roncati lo aveva concepito come una piramide con al vertice il direttore e poi a scendere, gerarchicamente distinti a seconda dei compiti e dell'autorità, i medici, poi gli infermieri, poi gli inservienti. Ognuno occupava un gradino preciso e insieme agli altri costituiva un mosaico ordinato. Ma perché Roncati riteneva l'ordine così essenziale alla cura? Nelle sue lezioni di psichiatria tenute all'Università spiegava agli studenti che la radice della follia è nel disordine della mente (121). Allora l'ordine nello spazio, nel tempo, nei ruoli si contrappone al disordine nella mente, lo bilancia e lo ingabbia in strutture ordinate.  Nel mezzo delle operazioni che portarono al trasferimento, si trovò coinvolto anche Luigi Veronesi. Infatti era rientrato in manicomio il 12 settembre del 1867 perché «preso da Mania furiosa con tendenza ad offendere sé e chi lo avvicina». Per qualche giorno rimase «inquieto, violento, scompisciavasi nel letto e non dormiva» (122). Una notte venne condotto anche lui nella nuova sede.  Dimesso il 30 agosto del 1868, rientrò dopo un paio di mesi. Anche stavolta la degenza seguì il solito corso: «Dopo poco tempo d'astinenza dagli abusi alcoolici, e di riposo si fa tranquillo. I nuovi accessi sono sempre procurati da incontinenza d'urina, da insonnia, violenza, cambiato sentimento individuale, esasperata potenza» (123). Nella ripetitività della storia, si  insinua però un segnale nuovo che acquisterà un senso particolare negli anni a venire: quel cambiamento nel "sentimento individuale" che si manifesta in una "sopravvalutazione" delle proprie idee. Comunque, a maggio fu possibile il ritorno in famiglia.  Ma, come le altre volte, la pace durò solo per poco: dopo una decina di giorni era di nuovo dentro per ordine dell'ufficio di Pubblica Sicurezza. Quando la moglie e il fratello ne chiesero le dimissioni, così com'era successo in passato, si oppose l'autorità. Il Questore scrisse a Roncati: «Lo scrivente in relazione al foglio di V.S. Ill.ma in data d'oggi riguardante il rinchiuso in codesto Manicomio Luigi Veronesi, non può di guisa alcuna annuire alla dimanda avanzata tanto dalla moglie che dal fratello per la di lui dimissione». Il motivo di una posizione tanto dura è da ricercare nella volontà di istituire una sorta di misura preventiva: «Urgendo la continuazione della di lui chiusura in custodia nell'interesse della tranquillità pubblica e della sicurezza delle persone. Il Veronesi appena è in libertà si abbandona tosto all'abuso dei liquori cui è dedito, rendendosi in questa guisa pericoloso a sé e ad altri come ha sempre fatto in passato. In vista di tutto ciò l'uffizio scrivente non può che insistere perché il Veronesi resti dove si trova e non sia dimesso» (124). Certo il tono era duro, ma in quei tempi scossi da attentati, manifestazioni,  brigantaggio dilagante, le autorità imbroccarono la strada dell'azione repressiva per bloccare sul nascere ogni possibile minaccia all'ordine pubblico.  L'esplosione di tumulti in seguito all'approvazione della tassa sul macinato nel 1868 rese più drammatica la situazione. In Emilia Romagna i contadini stremati reagirono con forza e insieme a loro i più poveri, quelli che non avevano niente da perdere. Ci fu un susseguirsi di manifestazioni, agitazioni e ribellioni; per la maggior parte si trattava di moti spontanei innescati dallo spettro della fame, ma non mancava, secondo alcuni, lo zampino dei "clericali" che tentavano di sfruttare il malcontento dei contadini per  sovvertire a proprio vantaggio la situazione politica. Ma né i clericali né i contadini raggiunsero i propri obiettivi perché l'intervento massiccio delle forze dell'ordine represse ogni tentativo di rivolta. Anche a Bologna la rabbia serpeggiava tra la gente ormai esasperata, ma la reazione delle forze dell'ordine fu tale da spezzare subito ogni tentativo di rivolta. La questura aveva tenuto sotto sorveglianza gli "agitatori" già noti e in parte li aveva rinchiusi in carcere. Così un conservatore come Enrico Bottrigari poteva scrivere rassicurato: «In mezzo a queste vicende Bologna si è mantenuta tranquilla quantunque i demagoghi abbiano tentato ogni via per far nascere uno sciopero» (125). Per mantenere sotto controllo la situazione era necessaria la massima collaborazione di tutte le istituzioni dello Stato. La posta in gioco era troppo alta: la conservazione dell'ordine e il mantenimento della coesione nell'Italia che si era appena costruita. Le nazioni europee guardavano ad essa con preoccupazione, si chiedevano se il governo sarebbe riuscito a conservare il potere quando le classi più povere iniziavano ad alzare la testa reclamando giustizia ed equità (126). Roncati era consapevole della difficoltà della situazione ed era anche convinto che fossero pericolosi, quindi da combattere, tutti i tentativi di sovvertire l'ordine sociale (127). Ma non accettava comunque di buon grado le imposizioni provenienti da parte del questore che, di tanto in tanto, sembrava voler essere lui a decidere chi doveva essere internato, privando di fatto lo psichiatra di un momento costitutivo della sua identità: il riconoscimento della malattia mentale (128). La funzione di pura custodia attribuita al manicomio era da contrastare, tanto che si arrivò a doverla palesemente escludere con una circolare, quella del 4 giugno 1866 inviata dall'amministrazione provinciale ai sindaci e riaffermata nel 1872: «L'obbligo delle provinciali aziende sul mantenimento dei mentecatti poveri, non può estendersi oltre a quegli individui che siano pericolosi a se stessi od agli altri, ovvero siano di grave scandalo ai buoni costumi ed alla pubblica  morale» (129).  Il manicomio doveva quindi servire solo ad accogliere i pazienti pericolosi e di pubblico scandalo, infatti chi veniva internato era in genere così descritto: «Disturbava la pubblica quiete delle vicinanze» oppure «conduceva vita oziosa dando segni di aberrazione mentale» o ancora «arreca grave scandalo» (130). Se la pericolosità e l'indecenza erano due requisiti che rendevano necessario l'internamento del "mentecatto", e di questo Roncati era convinto, doveva essere però lo psichiatra ad attestare l'esistenza della malattia mentale, perché solo lo psichiatra possedeva la "iscienza" per farlo e quindi anche la "piena responsabilità" (131).  Nel caso di Luigi "pericoloso a sé e ad altri" cosa poteva fare Roncati? Cedere alle pressioni del questore o ascoltare le richieste della famiglia? Forse non aveva ancora abbastanza potere ed alleati istituzionali sufficientemente saldi per poter assumere una posizione precisa; non gli restava che barcamenarsi tra le diverse richieste sercando di salvaguardare il più possibile la sua autonomia. E poi Luigi era un soggetto tanto irrequieto e inaffidabile che non valeva la pena ingaggiare un battaglia per lui. Così quel "triste soggetto" restò in manicomio, alternando periodi di isolamento a cure con oppiati. In breve tempo, però, come al solito, recuperò la calma e la tranquillità, riprese anche a fare dei lavoretti che venivano ripagati con delle piccole somme (132). E ben presto fu pronto per uscire.  A marzo del 1870 il questore, sollecitato da Roncati, diede finalmente il suo benestare, ma a una condizione: che fosse sottoposto ad attenta sorveglianza e lì ricondotto alle prime avvisaglie di una nuova ricaduta. Trascorso solo un mese, Luigi fu internato di nuovo "per avviso della moglie". Così i medici descrissero il suo comportamento: «Nel Manicomio ha presentato le forme solite, alternate, di intervalli di quiete e talora di cupa concentrazione, con altri di esaltamento minaccioso e rumoroso». Stavolta rimase dentro per quasi un anno. Uscì nel marzo del 1871 e in luglio era di nuovo dentro, in  una sorta di monotono andirivieni che ripeteva ogni volta quasi lo stesso copione. Nel certificato di ammissione stavolta il medico scrisse: «Affetto da Alienazione mentale, recidiva di molte altre volte, a segno tale che bisogna guardarlo a vista, con grave disturbo, e pericolo, tende a mettere sossopra ogni cosa, ed anche percuotere chi gli si avvicina». Fu dimesso ancora una volta, ma ormai era più il tempo che passava in manicomio che quello che riusciva a stare con la sua famiglia. 
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