TY  -  JOUR
AU  -  Diodoro, Danilo
AU  -  Ferrari, Giuseppe
AU  -  Giacanelli, Ferruccio
AU  -  Iachini, Santa
AU  -  Migani, Cinzia
T1  -  L'inizio di una carriera manicomiale
PY  -  1997
Y1  -  1997-10-01
DO  -  10.1722/2763.28124
JO  -  Nóos
JA  -  Noos
VL  -  3
IS  -  4
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
Y2  -  2026/05/25
UR  -  http://dx.doi.org/10.1722/2763.28124
N2  -  Il 9 febbraio 1857 Luigi Veronesi, descritto come un uomo «di forma atletica di capelli grigi di occhi scuri di statura alta caduto infermo dall'epoca di tre giorni» fu ricoverato nello "Spedale de' Pazzi", il manicomio che si trovava all'interno dell'ospedale generale di Bologna, detto di Sant'Orsola. E' il primo di 35 ricoveri che avverrano tra il 1857 e il 1890, periodo durante il quale si susseguiranno importanti avvenimenti che porteranno alla nascita della psichiatria bolognese. Luigi attraverserà quegli anni da protagonista, ponendo interrogativi alla nuova disciplina psichiatrica e, soprattutto, contribuendo con il suo comportamento a definirne i confini rispetto all'amministrazione della giustizia. Luigi Veronesi nel 1857 aveva 35 anni, faceva il barrocciaio, aveva una moglie, Domenica Cava, sposata nel 1849, e sette figli, due dei quali morirono infanti. E inoltre aveva una lunga storia giudiziaria alle spalle. I suoi guai avevano avuto inizio all'età di 11 anni, quando era «un ragazzetto (...) di statura piccola, e scarna, capelli castagni, occhi grigi, viso scarno, piuttosto pallido, vestito colla sola camicia, e pantaloni, senza alcun altro effetto di vestiario» (1). Assieme ad altri balordi rubò una ruota di carriola e un badile, e per questo fu arrestato per la prima volta e processato. La sua famiglia abitava in via Torleone, una zona povera della città. Anche il padre era barrocciaio, mentre la madre filava, e Luigi trascorreva gran parte della giornata per strada. Molto presto iniziò a frequentare le osterie e a bere vino, il che gli avrebbe causato in futuro molti guai. Nel volgere di pochi anni incappò più volte tra le maglie della giustizia, andando a guadagnarsi una "fama" di delinquente e di soggetto pericoloso, che spesso lo portava a confrontarsi con le forze dell'ordine o con i militari. Fu così che nel 1840 gli fu inflitto un "Precetto", ossia l'obbligo di non frequentare bettole, di non associarsi con persone sospette, di trovarsi un lavoro e di andare a dormire ogni sera, non più tardi dell'Ave Maria, alla  casa di correzione. Una prescrizione alla quale lo stile di vita sregolato di Luigi non si sarebbe mai potuto adattare, cosa che accentuava ancora di più il conflitto con l'autorità costituita. Questo conflitto esitò in continui processi e arresti, per furti, minacce e aggressioni, che furono fonte di documenti archivistici dai quali è stato possibile ricostruire in dettaglio la storia di Luigi in questa prima fase della sua vita (2). Ma dal momento del primo ricovero, avvenuto, come si è detto, nel 1857, le sue "gesta" saranno invece riportate dalle cartelle cliniche che delineeranno l'identità del "malato" Luigi Veronesi attraverso il riconoscimento e la catalogazione dei segni che attestavano la sua "pazzia".  Nelle prime cartelle cliniche si trova una puntigliosa descrizione delle caratteristiche somatiche del malato, quasi a volerne riprodurre una fotografia, del suo "modo di vivere", dell'eziologia della malattia e della modalità con cui si era presentata.  Non diversamente da quanto facevano prima i tutori dell'ordine, anche gli alienisti, adesso, evidenziano soprattutto gli aspetti trasgressivi del suo comportamento. In tutte le cartelle compare la notazione «avente un modo di vivere disordinato» o espressioni simili; il vino gioca un ruolo determinante perché dai medici viene riconosciuto come causa della malattia. Sfogliando il ricco curriculum manicomiale di Luigi, infatti, si rileva che solo la prima diagnosi è di "demenza per causa di patemi", mentre successivamente si parlerà sempre di "mania" o "delirio" dovuti ad "abuso di vino" o semplicemente di alcoolismo.  Le notizie riportate nella prima cartella clinica consentono di ricostruire l'andamento del ricovero nel febbraio 1857. La mattina del primo giorno lo lasciarono a letto e solo nel pomeriggio fu visitato dal medico assistente che gli praticò un salasso al braccio; il sangue fuoriuscì scuro e rigoglioso e fu giudicato privo di alterazioni (3). Dall'indomani, per 10 giorni consecutivi, i medici avrebbero sottoposto l'infermo ad una cura a base di decotto di polpa  di tamarindo nel quale era stato sciolto del tartaro emetico (4). Dopo un breve periodo di osservazione e di cure, Luigi fu dichiarato guarito e ricondotto in seno alla famiglia.  Così riprese il suo lavoro da barrocciaio. Ma le porte del manicomio, apertesi una prima volta, lo avrebbero riaccolto presto: il 23 maggio 1858 Luigì rientrò in corsia e all'ingresso stavolta gli fu diagnosticato un "accesso maniaco" dovuto ad "abuso di vino e costituzione ereditaria" (5). In quell'anno fu internato tre volte e sempre per lunghi periodi, perché giudicato - come si legge nelle cartelle - "affetto da accesso maniaco" o da "insulto maniaco", dovuti ad "abuso di vino" (6). Gli somministrarono le stesse medicine che aveva ricevuto nel primo ricovero e gli fecero dei bagni tiepidi a distanza di due o tre giorni uno dall'altro; gli ripeterono il salasso al braccio. Anche nel corso dell'anno seguente fu ricoverato tre volte, per "demenza", poi per "mania" ed infine per "accessi maniaci" (7). Nonostante il variare delle etichette diagnostiche, la causa della malattia veniva attribuita sempre allo stesso fattore: il vino. Al secondo ricovero, avvenuto in maggio, furono anche rilevati i sintomi di una malattia venerea non meglio specificata, che doveva essere frutto delle sue irregolari abitudini di vita (8). Nel 1860 Luigi rimase in manicomio da luglio a settembre e poi quasi l'intero mese di dicembre, presentando un quadro identico ai precedenti. Uscì in tempo per trascorrere con i suoi le feste di Natale. Dopo appena mese, il 31 gennaio 1861, ritornò in manicomio. Rispetto ai precedenti ricoveri si nota una maggiore aggressività nel suo comportamento, come mostra il certificato medico che ne richiedeva l'internamento: «Luigi Veronesi trovasi in preda a delirio furioso, pel quale è necessario, a scanso di inconvenienti, sia rinchiuso nel Manicomio di S. Orsola» (9). Stavolta il suo stato di agitazione non sembrava mitigarsi e i medici ricorsero a un salasso alla giugulare e a un clistere stimolante, ma con scarso successo. Allora  provarono ad applicargli delle coppette scarificate alla nuca e delle sanguisughe all'ano, poi gli fecero fare dei bagni tiepidi ogni giorno e pediluvi senapati.  Ignazio Zani, un giovane medico che - entrato in servizio al S. Orsola nel 1860 in qualità di "assistente chirurgo" - si occupava personalmente del caso di Luigi, pose direttamente in relazione la sua malattia con gli eccessi cui era solito indulgere: «Abusi di ogni fatta e spezialmente di vino lo fanno ad accessi maniaco furioso, ond'è più volte uscito e rientrato in questo Ospitale» (10). Quest'ultimo ricovero, che si svolse durante l'avvicendamento tra due direttori del manicomio, segna la conclusione della prima fase della storia clinica di Luigi e l'apertura di una nuova che si svolge in un periodo di turbinosi cambiamenti a più livelli.  Considerando questi primi quattro anni in cui Luigi ha a che fare con il manicomio, si nota la persistenza di un fattore che nel passato aveva spesso contribuito a condurlo in carcere: la frequentazione delle bettole. Qui non solo era più facile indulgere all'abuso di vino ma anche fare incontri inopportuni. Da tempo, infatti, era da più parti sottolineata, e deplorata, l'influenza deteriore della bettola, il principale luogo d'incontro degli operai, dei poveri, delle prostitute, dei vagabondi e dei malfattori. Per questo, specialmente a partire dagli anni '70, gli appelli per frenare la proliferazione delle bettole ricorrono puntualmente in tutti gli scritti, i discorsi e le indagini sull'alcoolismo (11). Già nel 1840, in uno studio sulla diffusione dell'alcoolismo fra gli operai e sui possibili rimedi, Andrea Bianchi, medico milanese, proponeva «di impedire che le osterìe e le béttole rimangano aperte sino a tarda notte» (12). Le bettole sono unanimemente riconosciute come un focolaio socialmente pericoloso, ritrovo di emarginati di tutte le risme, fomentatrici di reati e di abitudini depravate. Ma se il mondo della bettola è fosco e violento, lo squallore dell'esistenza è tale che, sosterrà diversi decenni dopo il medico Napoleone Colajanni, spesso l'operaio  non sa resistere alla lusinga del godimento che gli si prospetta in quel luogo (13). Risulta comunque decisivo il ruolo giocato dalla bettola nell'esistenza di Luigi; al suo interno si chiude il cerchio che stringe insieme tre coordinate fondamentali: povertà, devianza e alcoolismo. L'appartenenza ad una certa fascia della popolazione pare decidere la geografia degli spazi delineati nella società. La bettola rappresenta così il luogo non controllato e non definito da regole imposte dall'alto, mentre gli istituti assistenziali, tra i quali spicca il manicomio, rappresentano il luogo istituzionalizzato.  Le origini storiche dell'ospedale S. Orsola di Bologna si collegano d'altronde ai problemi sollevati dalla povertà fin dall'epoca medievale. Progressivamente, allo spirito caritativo si affianca, con sempre maggiore evidenza, l'esigenza di controllare le fasce marginali, esigenza che diviene più precisa e codificata in seguito alla dominazione francese. Nel contempo si delinea con più chiarezza la funzione sanitaria-ospedaliera anche nel suo ritagliarsi uno spazio proprio preciso, all'interno del complesso di edifici che costituivano il S. Orsola. Quella dei malati di mente inizia a definirsi come categoria specifica nel corso del '700, quando vengono costruiti dei locali appositi per i "pazzerelli" (14.) Ma è nel 1809 che il reparto dei "pazzi" assume una caratterizzazione "psichiatrica", quando viene emanato un regolamento che disciplina l'intera vita ospedaliera e definisce per la prima volta ufficialmente il ruolo del manicomio e dei medici-psichiatri. In esso si stabilisce di costituire «una sezione a parte per i dementi e la nomina di uno speciale medico per la loro cura con che aveva vita il manicomio fino allora mancante» (15). Da quel momento, e fino al 1867, tale "sezione" costituirà il manicomio di Bologna. Alla fine degli anni '50 le sale destinate al ricovero dei pazzi erano costituite da quattro corridoi disposti su due piani, due per gli uomini e due per le donne. Ogni corridoio disponeva di camere, di un grosso salone centrale  destinato ai pazzi tranquilli, e di celle appartate per i pazzi "furenti o queruli"; in complesso si potevano custodire 130 infermi. I letti per i più pericolosi erano assicurati al pavimento da grosse viti; le celle erano dotate di pesanti porte di legno senza chiavistello interno, per impedire la fuga. Le finestre erano difese da spesse inferriate che lasciavano filtrare una luce fioca e un filo d'aria per ventilare la stanza. In basso, vicino ad un angolo, c'era uno sportello che dava sul corridoio per mettere o togliere «il vaso degli escrementi che corrisponde ad una seggetta fissa, di cotto o di macigno» (16). Tutte le finestre erano poste in alto in modo «che resta affatto impossibile pel demente lo appiccarvisi»; e sempre per timore di impiccagioni venivano chiusi a chiave dall'esterno gli sportelli che, muniti di inferriata, servivano a sorvegliare il malato e a porgergli il cibo nei momenti di maggiore agitazione.  Le mansioni del personale erano state stabilite nel regolamento del 1809, dove si prevedeva che la direzione del manicomio fosse affidata ad un medico e non più ad un economo, come era stato in passato. Al direttore erano affiancati il medico assistente, il chirurgo e il supplente chirurgo. Il direttore visitava gli ammalati, quando era possibile, e decideva le terapie da adottare; i chirurghi annotavano le prescrizioni e poi gli infermieri eseguivano (17). L'assistente doveva risiedere nell'ospedale per essere sempre pronto alle necessità, compilava le cartelle cliniche verificando lo stato del malato al momento dell'ingresso e faceva relazione al direttore su tutto l'andamento della malattia. Ma erano soprattutto gli infermieri che si facevano carico dell'assistenza dei malati e considerando che ce n'erano solo sei per uomini e donne, più due custodi che avevano il compito di sorvegliare e assicurare l'ordine, si può immaginare quale fosse il livello dell'assistenza (18).  Quando Luigi venne internato per la prima volta, era direttore del "reparto per i pazzi" del S. Orsola Domenico Gualandi, che aveva assunto tale carica  nel 1819 (19). Fu il primo medico a ricoprire quel ruolo nel manicomio bolognese. La sua elezione si può considerare il punto d'incontro di due percorsi paralleli e nello stesso tempo intrecciati: quello della follia, che nel tempo si ritaglia un suo spazio dal magma informe degli emarginati e quello dello psichiatra, una figura ancora incerta la cui identità si definisce nel rapporto via via più esclusivo con gli "speciali" malati che cadono sotto le sue cure. Gualandi fu anche il primo direttore del manicomio ad occupare una carica presso l'università bolognese, la cattedra di medicina legale, che gli venne assegnata nel 1825 e che tenne fino al 1859. Nel 1848 sostenne la necessità di costituire una "associazione fra i medici alienisti italiani", mostrando una precisa consapevolezza dell'identità professionale dello psichiatra e, quindi, dell'opportunità di una organizzazione in categoria sanitaria specifica (20).  All'inizio del suo mandato Gualandi si mostrava soddisfatto del reparto che gli era stato assegnato. Ne lodava la pulizia e l'ordine, sosteneva che non si trattava di un semplice asilo per dementi poiché «vi si cura giornalmente con trattamento medico-chirurgico apposito a ciascuno de' pazzi suscettibili di cura» (21). Col passare degli anni, però, si assiste ad un lento ed inesorabile declino. Alla fine degli anni '50 Gualandi non poteva che lamentare ristrettezza di spazi, mancanza di custodi, carenza di letti, promiscuità, umidità, buio, sudiciume, fetore e scarsa ventilazione. La posizione del S. Orsola e la sua struttura architettonica erano inadatte, come notava Zani: «La sua forma, la sua posizione è oltre ogni dire viziosa, ha un piano superiore ed altro inferiore umidi, bassi, non bene aerati, né bastantemente illuminati» (22). Deplorava, inoltre, l'insufficienza di spazi dedicati all'incontro o al lavoro comune e la mancanza di alcuni strumenti di terapia. La situazione, di per sé già desolante, venne resa ancora più drammatica dall'aumento progressivo della popolazione manicomiale. All'arrivo di Gualandi erano stati costruiti dei nuovi locali per far fronte  alle richieste continue di internamento, ma col tempo sarebbero risultati insufficienti (23). Il reparto divenne una sorta di formicaio brulicante di corpi: dei 130 malati che poteva ospitare, come scrisse Gualandi nel 1823, arrivò a contenerne 248 nel 1855 (24). E così i malati - scrive Zani - erano «costretti a giacere in un confuso ammasso sì, che, a vederli, ti si desta un orrore a pietà misto, e dal sito, in cui li trovi lasciati, non sai scompagnare l'idea di squallido carcere» (25). Ormai Gualandi di positivo poteva riscontrare solo l'umanità con cui venivano trattati gli internati, poiché sin dal momento del suo ingresso erano state vietate le percosse come mezzo di repressione e «il solo modo con che si cerca di domare i furibondi è l'uso della conosciuta camiciuola, e letto orizzontale di forza» (26). La precarietà della situazione bolognese richiedeva un intervento deciso per trovare una soluzione efficace. Ma il generale panorama di miseria, di degrado delle istituzioni, di mancanza di fondi, l'urgenza dei problemi politici e la necessità che aveva il regime pontificio (27), ormai prossimo allo sgretolamento, di controllare l'ordine non rendevano possibile la risoluzione del problema manicomiale. Bisognerà aspettare l'unità d'Italia perché si creino le condizioni che consentiranno la creazione del nuovo manicomio.  Dal 1857 al 1861 si compie una parabola storica che cambia l'assetto politico italiano e, naturalmente, quello bolognese. Proprio nel 1857 si verificò un evento che può considerarsi uno degli ultimi tentativi del regime pontificio di salvarsi dalla propria disgregazione. Il governo romano tentò di rilanciare l'immagine "popolare" di Pio IX organizzando un viaggio nelle legazioni con fini puramente propagandistici (28). Bologna ne costituiva una delle tappe principali. Il 9 giugno Pio IX arrivò ma, a differenza della visita avvenuta nel 1846, l'accoglienza fu piuttosto fredda (29). Unico atto pacificatore da parte del regime pontificio fu di notificare la cessazione dello stato d'assedio nelle legazioni. Da un punto di vista politico il viaggio si  rivelò un fallimento, contribuendo, al contrario delle sue intenzioni, ad isolare ancora di più la figura del Papa.  Era decisamente un brutto un periodo - ricorda Bottrigari nella sua cronaca - in cui la violenza imperversava: da risse sanguinose tra soldati francesi e pontifici, a furti, rapine, delitti d'ogni specie compiuti da furfanti e da bande di malandrini che infestavano la città e le campagne. I cittadini reclamavano provvedimenti per riportare l'ordine e la quiete, ma il governo legatizio non sapeva che partito prendere: non c'erano soldi per un'opera di spionaggio, né si intendeva dichiarare lo stato di assedio onde evitare l'urto con l'opinione pubblica ed il patrocino austriaco, né si osava armare le milizie cittadine per timore di ribellioni (30).  Col passare dei giorni a Bologna crescevano il fermento e la tensione, l'atmosfera era elettrica, gravida di promesse. Nei crocicchi, nelle vie, nei caffé, nelle osterie era tutto un discutere animato, a volte sommesso per timore delle spie. All'inizio del nuovo anno, il 1859, giunse a Bologna la poetessa Milli Giannini che fece opera di propaganda patriottica (31). Verso marzo i giovani atti alle armi cominciarono a prendere la via del Piemonte; agli Austriaci di stanza a Bologna fu ordinato di assicurare le loro famiglie nel Lombardo-Veneto. In aprile scoppiò la guerra. L'esercito franco-piemontese cominciò a riportare le prime vittorie. In giugno, dopo la sconfitta subita a Magenta, gli Austriaci abbandonarono Bologna. Anche il cardinale legato se ne allontanò, furono organizzate milizie di volontari per presidiare la città e le truppe pontificie si strinsero con i patrioti (32). Per sopperire al vuoto di potere venne formata una "Giunta provvisoria di governo", con a capo Massimo D'Azeglio. Alla fine di luglio D'Azeglio venne richiamato a Torino e al suo posto fu inviato Leonetto Cipriani che decretò, a settembre, l'annessione al Piemonte. A ottobre il potere fu preso da Luigi Carlo Farini in qualità di "Governatore delle Regie Province dell'Emilia". Nel marzo del 1860 si svolsero i plebisciti per decidere l'annessione al Regno  piemontese. I cittadini si recarono in massa a votare. Al termine delle votazioni, 101 colpi di cannone annunciarono l'annessione al Piemonte. Un anno dopo verrà proclamato il Regno d'Italia.  Se, da un lato, a livello politico e istituzionale si verificano cambiamenti tanto incisivi, dall'altro tutto sembra restare come prima. A Bologna era immutata la folla di poveri, di oziosi, di disoccupati e di vagabondi, di mendicanti che erravano senza meta. Il problema si impose in tutta la sua gravità ai governi insediatisi dopo la caduta del regime pontificio i quali, con una serie di leggi e decreti, cercarono di porre rimedio alla povertà e di riordinare la complessa rete assistenziale della città. Nel 1859 - ricorda ancora Bottrigari - «il Municipio di Bologna, in seguito della legge testè pubblicata che vieta l'accattonaggio - proseguendo nella stessa linea dei provvedimenti precedenti - ricorre alla carità privata perché i mendichi validi abbiano pane col lavoro, e gli invalidi abbiano pietoso asilo e sostentamento» (33). Fu istituito anche un comitato promotore con il preciso incarico di studiare il regolamento di due "case" che si dovevano aprire a Bologna, una di "lavoro", l'altra di "asilo". Nel 1860, ad un anno dalla legge, Luigi Carlo Farini sempre nell'intento di «togliere l'incomodo accattonaggio» ordinò d'urgenza l'apertura di un Ricovero di Mendicità. Intanto i disoccupati erano severamente colpiti: la legge piemontese - adottata dal governo provvisorio di Bologna - stabiliva che i senza lavoro erano passibili di ammonizione, anche se a voler rispettare questa regola si sarebbe dovuto reprimere almeno un terzo della popolazione (34). E risultavano insufficienti, anche se abbastanza numerosi, gli "stabilimenti ospitalieri" ed "elemosinieri", istituti di educazione, di istruzione, di correzione sorti per recare beneficio ai poveri e correggerne i costumi.  Sempre nella fase della costituzione unitaria si posero le basi per un intervento non provvisorio e ritagliato sulle emergenze - come era stato nel passato - nel campo dell'igiene, dell'urbanistica e della sanità. Il 25 luglio  1859 Leonetto Cipriani avviò l'opera di riordino e di laicizzazione delle istituzioni assistenziali e di beneficenza, con un decreto che sottraeva all'autorità ecclesiastica la competenza sulle Opere Pie cittadine. Il mese successivo ridefinì l'amministrazione degli istituti di beneficenza istituendo una nuova Congregazione di Carità che assumeva le funzioni prima svolte dalle Speciali Commissioni Amministrative (35). Proseguendo sulla stessa linea di modernizzazione inaugurata da Cipriani, il 10 marzo 1860 Farini promulgò un decreto in cui venivano stabilite le linee fondamentali per la riforma del sistema ospedaliero e dei rapporti con l'università, ispirate al principio che spetta allo stato il controllo e la tutela della salute pubblica (36). Per dare unità ed efficacia al frammentato mondo degli istituti ospedalieri, istituì un "Corpo Amministrativo Centrale degli spedali". Il 15 ottobre del 1861 venne stipulata una prima convenzione tra il Corpo amministrativo e l'università per il mantenimento delle cliniche mediche (37).  Il decreto Farini avrà un peso determinante nello sviluppo del sistema manicomiale bolognese, poiché prepara il terreno per l'istituzione di un insegnamento di "Clinica delle malattie mentali" e per la costituzione di un manicomio autonomo. Ma per questo, come vedremo più avanti, bisognerà aspettare alcuni anni. Al momento il reparto per i pazzi rimase com'era. L'unico cambiamento si verificò nel gennaio del 1861, quando diventò operativo il Decreto Reale del 22 dicembre 1860 stipulato sulla base di un accordo raggiunto tra il Preside dell'Università e il Corpo amministrativo. Il decreto stabiliva che: «1. in quello Spedale di S. Orsola si istituisce una Clinica delle malattie mentali colla riunione nel Professore da nominarsi nelle incombenze del Medico Direttore del manicomio, 2. viene nominato a quell'incarico l'illustre Benedetto Monti professore in Bologna stessa di Igiene pubblica e di Medicina Legale e già celebrato Direttore del Manicomio di Ancona» (38). Di conseguenza, il Corpo amministrativo, per «togliere  qualsiasi cagione di possibile dualismo nel servizio sanitario del manicomio», con deliberazione 22 marzo 1861 concedeva il soldo di riposo ed il titolo di professore emerito al vecchio medico primario dottor Domenico Gualandi, nominando a tale ufficio lo stesso clinico professor Benedetto Monti (39).  Con la designazione di Monti viene inaugurato quel legame tra l'università e il manicomio che rimarrà costante per tutto l'Ottocento e i primi anni del nuovo secolo. La scelta di Monti venne salutata con molto favore dagli addetti ai lavori, e non solo. In un numero del 1864 dell'"Ippocratico", prestigiosa rivista medica dell'epoca, si legge: «I nazionali e stranieri ammiratori e giudici competenti dei meriti del Monti se ne compiacquero al paro di quanti desideravano favorita la causa dell'umanità inferma più compassionevole: e tutti col pensiero precorsero il felice momento, in cui l'uomo illustre saprebbe togliere da quell'Ospizio d'infelici le tristissime traccie della impotenza del filantropo suo antecessore al confronto di amministratori agenti sotto il governo dispotico del Papa-re» (40). Monti era un "alienista" dotato di una profonda cultura classica e di un'attenta preparazione filosofica, oltre che un convinto sostenitore del pensiero rosminiano (41). Come psichiatra spiritualista riteneva che: «La causa costituita di ogni malattia mentale sta riposta in una alterazione dell'organismo vivente, il quale è istromento alla funzione dello spirito» (42). Come medico credeva alle «forze medicatrici della natura» e si riallacciava alla tradizione ippocratica. Egli era prima di tutto un intellettuale cattolico che avversava il materialismo di certe dottrine, affermando i valori dello spirito; riteneva che la «restaurazione del senno umano non diventerà generale, sino a tanto che la filosofia, che oggi rinasce, non venga applicata, come venne fatto sfortunatamente della sensista, a tutti i rami del sapere» (43). Ma essendo un intellettuale più portato verso la speculazione filosofica, forse si trovò con pochi argomenti di fronte ad una realtà come quella del S. Orsola che,  certamente, ben poco spazio lasciava per la meditazione. Lo squallore in cui versavano i malati e il generale stato di abbandono - scriveva l'"Ippocratico" - «colpirono i sensi ed il cuore del nuovo medico direttore» e in particolare «la chiusura in cèlle, l'abbandono a sé stessi, e la giacenza in letto di tanti alienati, e le deformità fisiche soprattutto alle articolazioni e le abitudini quasi selvaggie da essi contratte» (44) Nonostante tutto, Monti si mise all'opera per cercare di migliorare la situazione e di applicare i principi nei quali credeva, forse con eccessiva impazienza, come si legge nella fonte ricordata sopra: «Doveva al suo ingresso nel Manicomio bolognese essere necessariamente dominato dall'impazienza di introdurre radicali miglioramenti più conformi alle credenze attuali in medicina ed ai tempi» (45).  Nella sua opera era coadiuvato da Ignazio Zani che, nominato suo sostituto dal Ministro, godeva di largo credito nell'ambiente medico e riscuoteva la piena fiducia dello stesso Monti. Quest'ultimo «lo vede esecutore esatto e veggente delle istruzioni impartitegli per la cura dei malati: e poiché occorre nell'ospizio un assistente interno e raccoglitore dei dati tutti scientifici, onde sono alimentate e favorite la regolarità e la rinomanza dei manicomi, non esita a proporlo per tale uffizio al Corpo amministrativo» (46). Zani lavorava con zelo, convinto che «un medico che si dona alla cura dei pazzi, dev'essere tutt'uno per essi, poiché essi hanno bisogno di vedersi diretti e governati in ogni più minima faccenda. Egli è un sacerdozio codesto de' più rigorosi, de' più continuati. I pazzi formano col loro medico una sola famiglia» (47). Sarebbe rimasto a Bologna fino al 1871, l'anno in cui accettò la nomina a direttore del Manicomio di Reggio Emilia.  Dopo qualche mese dal suo insediamento, Monti si occupò del caso di Luigi che, va ricordato, era rientrato in manicomio nel gennaio del 1861. Anche stavolta uscì e rientrò rapidamente: lasciò il manicomio alla fine di maggio, ma a giugno era di nuovo dentro. Nella cartella clinica, Luigi viene indicato  come un soggetto «avente un modo di vivere viziosissimo», «affetto da mania» dovuta ad "alcoolismo" (48). Da notare che, al posto della notazione "abuso di vino," compare per la prima volta in questa cartella la voce "alcoolismo" appena nove anni dopo che il professor Magnus Huss dell'università di Stoccolma l'aveva usata in una monografia dal titolo Alcoholismus chronicus (49). Da dicembre a maggio del 1862 rimase ininterrottamente in manicomio perché "affetto da delirio" causato sempre dall'"alcoolismo" (50).  Dopo circa un anno e mezzo dall'ingresso di Monti in manicomio cambia il modello di cartella clinica che - introdotta nel 1842 specificamente per i malati del reparto "de' pazzi" al posto di quella in uso al S. Orsola - risultava suddivisa in due fogli: nel primo venivano indicati i dati anagrafici, somatici e diagnostici; nel secondo i dati relativi alla degenza. In quella utilizzata da Monti scompare la voce "affetto da"; l'inquadramento nosografico si risolve nell'indicare la causa e la sintomatologia della malattia. Viene dedicato meno spazio alla descrizione fisica del paziente, ne vengono evidenziati il "temperamento" e le "abitudini", si distingue tra "cause fisiche", "morali" e "miste". Nel complesso si ha l'impressione di maggiore ordine rispetto al modello precedente, ogni voce ha un suo spazio definito, la distinzione tra "temperamento" e "abitudini" può far pensare ad un tentativo di prendere in considerazione anche l'aspetto psicologico del paziente.  In questo tipo di cartella clinica - ad esempio quella del gennaio 1863 - il ritratto di Luigi Veronesi è il seguente: «Derivazione buona, costituzione robusta, temperamento sanguigno, abitudini viziose, cause fisiche: alcoolismo, sintomi: delirio eccentrico» (51). Le altre due cartelle del 1863 ricalcano più o meno fedelmente questo schema. Nell'ultima si trova una notazione che è indicativa dello stato di indigenza della famiglia di Luigi e del bisogno del suo lavoro per sopravvivere: «Fu voluto dai suoi i quali s'obbligarono d'essere responsabili davanti allo Stabilimento e alla  Questura» (52).  Quando era fuori dal manicomio Luigi riprendeva il suo lavoro di barrocciaio. L'unica forma di sussistenza sua e della famiglia era dovuta al guadagno realizzato con la "biroccia". Nonostante i continui ricoveri, Luigi non sembrava migliorare. Il manicomio serviva solo per tenerlo a bada mentre smaltiva le sbornie, ma poi tutto tornava come prima. Bisognava impedirgli di bere; ma per questo occorreva un medico?  Monti, dopo aver riflettuto sulla questione, scrisse al Questore per chiarire che Luigi «è un soggetto viziosamente abituato ad abusare di vino e che per siffatta causa, divenendo temporaneamente pazzo violento offende le persone, e talvolta con pericolo della loro vita». Per questo viene inviato al manicomio, però «cessato l'effetto del vino trovasi nello stato di mente sana. Ma poco appresso, ove venga messo in libertà, torna per la viziosa abitudine all'abuso del vino, e viene rimesso nell'ospitale tra i pazzi». Dunque Luigi è "colpevole" o pazzo? Monti non ha dubbi in proposito: «Dico adunque che, considerando tutte le soprariferite cose, il suddetto Veronesi debba essere riguardato come colpevole, anziché come un infelice il quale perde il senno senza il concorso della sua volontà, imperciocchè egli, abbandonandosi all'abuso di vino adiviene ad uno spirito colpevole con coscienza e sana ragione». Quale deve essere, quindi, la sua destinazione? «In conseguenza di che il sottoscritto è di parere che questo individuo debba passare dal Manicomio in Casa di correzione» (53).  E' interessante notare come la destinazione istituzionale di Luigi doveva decidersi in base alla definizione del suo caso; in quanto "colpevole" è destinato al carcere, in quanto "infelice" al manicomio. Il problema della colpevolezza o meno dell'alcoolizzato era molto discusso nella letteratura sull'argomento e con differenti valutazioni. La questione fu affrontata direttamente da Salvatore Tommasi nel 1878: «L'ubbriaco è egli colpevole di questo vizio, sicchè questa colpabilità lo renda responsabile delle azioni criminose commesse nel tempo dell'ubbriachezza? Noi non crediamo. La tendenza al bere alcoolici in certi climi è un bisogno, che solo l'educazione può limitare o rendere innocuo. E dove non sia un bisogno è l'effetto dell'ozio, del vagabondaggio e di altri vizi. Ma una volta che si è abituati diventa poi una malattia o un bisogno irresistibile; soprattutto quando c'è di mezzo l'eredità. La civiltà potrà in vari modi prevenire il vizio e i delitti che ne sono conseguenza, ma non possiamo ammettere che l'ubbriachezza o l'alcoolismo cronico costituisca un delitto vero» (54). Andrea Bianchi invece, circa trent'anni prima sosteneva che - per dirla con le parole di Monti - pur essendo l'ubriaco un "infelice", fosse da ritenersi colpevole delle sue malefatte: «Se il colpevole diviene soggetto di scandalo pubblico, se s'impegna in risse, se per suo fallo si turba l'ordine pubblico, egli cade sotto la giurisdizione penale, e può essere punito come ogni altro individuo, secondo le contravenzioni che gli sono imputate» (55). Le parole di Bianchi sembrano anticipare lo spirito del codice Zanardelli che nel 1890 introdurrà la norma della punibilità dell'ubriaco. All'epoca di Monti non esistevano invece ancora norme in merito nel codice penale e i manicomi costituiranno per lungo tempo l'unica destinazione istituzionale disponibile per gli alcoolisti.  Mentre Luigi continuava il suo andirivieni tra la famiglia e il manicomio, la situazione "orrenda" che Monti aveva trovato al suo ingresso nel S. Orsola pareva destinata solo a peggiorare, e sempre più frequenti si facevano i richiami per deplorarla, come si legge nell'"Ippocratico": «Non è a credersi che si siano ignorate in Europa le misere condizioni dello Spedale di S. Orsola, de' dementi in esso ricoverati e della sua gestione amministrativa» (56). Nell'ottobre del 1861 il Consiglio provinciale, dietro sollecitazione del Corpo amministrativo degli Spedali, affrontò la questione manicomiale e nominò una commissione per studiare gli opportuni rimedi per provvedere  «alla cura fisico-morale degli alienati della stessa provincia» (57). Monti, chiamato a farne parte, in accordo con gli altri componenti, nel marzo del 1862 indirizzò queste parole ai consiglieri: «Con ciò che deliberaste di porre un riparo a tanto male, e di rimuovere i gravi danni che opprimono gli alienati racchiusi in un edificio che non sarebbe tollerabile neppure per i peggiori criminali». E il danno era veramente grave perché, continuò: «Mancante come esso è di ogni condizione igenica, di ogni mezzo atto alle cure morali e fisiche, esso non può se non aggravare la condizione degli infelici che vi stanno rinchiusi ed insieme aumentare le spese dei comuni: essendochè per le suddette tristi condizioni del locale le guarigioni non possono essere né facili né multiplici; onde che lo stato cronico o l'insanabilità si perpetuano» (58). E poi delineò il suo manicomio ideale: un edificio spazioso con reparti distinti per le diverse forme di malattia, con sale di ricevimento, giardini, sale per i divertimenti e per i convalescenti.  Fatte proprie le conclusioni a cui era giunta la commissione di studio, ossia la necessità di erigere un nuovo manicomio, il Consiglio provinciale decretò di nominare una seconda commissione per progettare la costruzione del nuovo stabile, la quale, su indicazioni della Deputazione provinciale, risulterà composta dall'ingegnere genovese Ignazio Gardella, da Francesco Rizzoli - illustre clinico all'epoca anche presidente del Corpo amministrativo degli spedali - e da Monti. Ai tre venne affidato l'incarico di visitare i manicomi stranieri più rinomati da utilizzare come modello per il progetto del manicomio bolognese. Successivamente Gardella, dietro richiesta della deputazione, presentò un progetto basato sul modello del manicomio di Chambery e sulle indicazioni di Monti (59). Ma, nonostante le positive premesse, il suo progetto non venne preso in considerazione per mancanza di fondi.  Intanto la realtà del S. Orsola peggiorava e il numero dei ricoverati cresceva di giorno in giorno occupando sempre più fittamente lo stesso spazio malsano. La precaria situazione manicomiale favorì la compromissione del rapporto fra Monti e il Corpo amministrativo, che era stato controverso fin dall'inizio (60). Monti riteneva che «il medico specialista è il solo giudice del trattamento e della direzione degli infermi, che gli sono affidati, allorché si conforma al principio della Scienza», e che quindi doveva difendere il suo territorio dalle incursioni degli amministratori che si intromettevano nella scelta degli infermieri, degli inservienti, delle mansioni da attribuire, degli studi clinici. Ogni cosa poteva divenire oggetto di disputa ed anziché fondarsi su «suggerimenti di uomini competenti e tecnici... si determina ad arbitrio di questo o quello più influente amministratore» (61). La situazione sarebbe divenuta così intollerabile da arrivare allo scontro aperto con scambio di accuse e contraccuse addirittura sulla stampa pubblica. Monti pretese che gli pagassero lo stipendio dopo che egli, nominato con decreto regio, aveva accettato di prestare la sua opera gratuitamente perché l'amministrazione doveva già pagare la pensione a Gualandi. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: «Disconoscendo l'autorità dell'amministrazione ospitaliera, era dal Corpo amministrativo destituito dall'ufficio di medico primario del manicomio e con deliberazione del 13 gennaio 1864 surrogato col chiarissimo signor dottor Francesco Roncati» (62).  In tutta Italia grande fu l'indignazione degli alienisti, non solo per il modo in cui modo Monti venne allontanato dall'incarico, ma anche perché a un medico stimato ed esperto - come scrissero nella più prestigiosa rivista psichiatrica di allora, l'"Archivio italiano per le malattie nervose" - venne sostituito «senza concorso un giovane che non si era mai occupato di psichiatria» (63). Era in ballo una questione di principio: il riconoscimento della dignità della giovane disciplina. Serafino Biffi, uno dei direttori della rivista, insinuava che gli amministratori avessero voluto scaricare su Monti la responsabilità per la tremenda situazione del S. Orsola. Dal momento che nessuna legge stabiliva quali fossero i compiti e i poteri di medici e di  amministratori, tutto era possibile. La situazione della psichiatria bolognese era a questo punto una matassa ingarbugliata e sembrava difficile che un giovane medico potesse sbrogliarla. Ma Roncati, persona testarda e circospetta, se non come psichiatra, almeno come medico poteva vantare una solida preparazione e in qualche modo l'avrebbe fatta valere (64). Pochi mesi dopo il suo ingresso al S. Orsola, Roncati dovette subito occuparsi del caso di Luigi. Il 16 febbraio del 1864, infatti, questi rientrò in manicomio accompagnato da una lettera del questore: «Lo emarginato individuo soggetto ad una furibonda malattia mentale è stato tratto in arresto nel parossismo della sua violenza. Egli è stato reiterate volte in cotesto Manicomio per eccessi di simile natura» e proseguiva con una richiesta esplicita «lo scrivente nello interesse dell'ordine pubblico lo fa tradurre in cotesto stabilimento affinché il Sig. Direttore dia le analoghe disposizioni sul suo conto, in modo da non vedersi più ripetere i deplorabili eccessi del Veronesi che potrebbero essere più pericolosi in danno alle persone» (65).  Il nuovo direttore, mostrando subito di avere le idee chiare sul da farsi, rispose: «Il Veronesi non cade in istato di delirio furioso, che per conseguenza di abuso nel bere vino e liquori, abuso che egli commette con piena coscienza dei mali e delle pericolose conseguenze cui si espone, giacché il Veronesi, fuor degli eccessi del delirio ha le facoltà intellettuali in piena normalità» (66). Come aveva già detto Monti, Luigi doveva essere considerato un "colpevole", non un "infelice", e Roncati ribadì il concetto. Ma nello stesso tempo si rendeva conto che era necessario tutelare l'ordine pubblico: «Il Veronesi ha già recato più o meno gravi danni e pericoli alle persone, talché più volte è stato sentito il bisogno di veder modo, col quale impedire la rinnovazione di simili eccessi. E giacché l'unico espediente sarebbe quello di una continua reclusione, così il mio Ill. Predecessore Prof. Benedetto Monti scrisse già in proposito a questa R. Questura». Il punto è: in che modo? «Certo è che è indispensabile provvedere al fine definitivamente a  così triste vicenda di cose, e l'unico mezzo atto a ciò non può essere che la reclusione in una casa di lavoro». Roncati giustifica così la sua posizione: «Il sottoscritto sentesi in dovere di far notare che appena cessato il delirio, il quale suole avere la durata di alcune settimane, questo Manicomio non può essere luogo acconcio alla reclusione del Veronesi. Sia perché non è questo un alienato, e perché in questo Stabilimento non vi è modo veruno di occupazione e di lavoro» (67). Il questore cercò di venire incontro alla posizione del direttore e gli chiese di «tenere avvertito quest'officio un giorno prima che dovrà essere licenziato per la sua guarigione, a fine di dare gli opportuni provvedimenti» (68).  Nella cartella clinica del febbraio 1864 si legge che Luigi presentava sintomi di "mania violenta" causati dall'"alcoolismo". Il 9 maggio venne dichiarato guarito e dimesso dal manicomio. Fu prelevato da un agente di Pubblica Sicurezza che lo condusse nella "sala di disciplina della R. Questura", secondo quanto stabilivano gli accordi presi tra Roncati e il questore (69). Ma la soluzione durò poco: passarono solo due settimane che il medico addetto certificò: «Dà segni di alienazione mentale, tentando di nuocere a se medesimo e ad altri: per tale motivo ed essendo uomo dedito al vino crederei di collocarlo in osservazione, od in relativa cura nel Manicomio» (70). Il 29 maggio fu di nuovo internato per causa di "alcoolismo" e il 31 agosto venne dimesso "guarito", dopo che, si legge nelle "osservazioni", era stato «fatto rapporto alla Questura che il Veronesi trovasi ristabilito». La questura «dette assenso per licenziarlo coll'obbligo per parte del fratello di sorvegliarne la condotta, e dare immediato avviso al Manicomio, e alla Questura stante si rinnovassero sintomi di pazzia» (71).   Dal settembre del 1864 a quello dell'anno dopo, Luigi venne internato ancora per tre volte. Presentava sintomi di "mania intermittente" e di "mania eccentrica violenta" dovuti sempre all'"alcoolismo" (72). In tutti questi ricoveri fu curato essenziamente con pillole oppiate.  La cartella clinica del 1865, quindi circa un anno dopo l'inizio della direzione Roncati, offre un quadro leggermente diverso rispetto ai precedenti per il cambiamento delle varie voci e la suddivisione degli spazi. La pagina risulta suddivisa in quattro settori fondamentali ordinatamente distribuiti per argomenti. Il primo è dedicato alla parte anagrafica, comprendente anche l'indicazione del "carattere morale prima dello sviluppo della pazzia" e delle "tendenze dominanti - grado d'intelligenza". Il secondo, a cui è dedicato lo spazio maggiore, riguarda la "storia della pazzia" e richiede di segnalare le "cause della pazzia predisponenti e occasionali, fisiche e morali", poi le "disposizioni ereditarie ed acquisite, malattie pregresse"; infine la data di sviluppo della pazzia e le sue caratteristiche. Lo "stato presente dell'Ammalato e diagnosi" viene messo direttamente in relazione con le cause. Il terzo settore è dedicato al "presente" della malattia, cioè i "fenomeni, mutamenti e complicazioni presentate nel Manicomio" e la cura. Infine, l'ultimo, esiguo, spazio è riservato all'esito della degenza; qui vengono dettagliatamente segnate le varie possibilità di dimissione: "guarigione, in miglioramento, in istato cronico, in esperimento, per volontà dei parenti e con loro responsabilità, in trasloco, per non verificata alienazione". Una parte, striminzita, è dedicata alla registrazione della morte del paziente ed agli esami necroscopici.  In questa cartella compare per la prima volta la dicitura "alcoolismo cronico", non più solo "alcoolismo" quale causa della "pazzia"; la diagnosi è di "Mania con allucinazioni d'udito" (73).  Da dicembre a luglio del 1866 Luigi rimane ininterrottamente in manicomio. La cartella ci consegna di lui questa immagine: «Tendenze dominanti: ubriacone incorreggibile; Grado d'intelligenza: astuto; Cause [...]: alcoolismo cronico; Stato presente e diagnosi: Accessi maniaci violenti» e, fra le osservazioni, «rapidi miglioramenti» (74). Durante questo internamento, Luigi tentò una nuova esperienza: la fuga dal manicomio,  realizzata insieme ad un "altro pazzo". Ma fu un'esperienza che ebbe breve durata perché i due furono presto riacciuffati dalle guardie di Pubblica Sicurezza a Bagnacavallo, all'epoca ritrovo di anarchici.  Ancora un altro ricovero nell'aprile del 1867 e stavolta nella parte della cartella clinica dedicata all'evoluzione della malattia si trova una tipica descrizione dell'atteggiamento che gli psichiatri erano soliti riscontrare nei pazienti alcoolisti: «Dopo cura, e lontano dagli effetti del vino guarisce. Se rimesso in libertà torna per l'abuso del vino indubbiamente e violentemente pazzo. Nel Manicomio dapprima è rumoroso e minaccioso - poi si fa tranquillo» (75). Luigi, dunque, era ormai stato chiaramente identificato come un alcoolizzato. Nella statistica sul manicomio di Bologna da lui redatta e pubblicata nel 1868, Ignazio Zani ci consegna un ritratto suggestivo di Luigi. Sostiene che «una delle più principali cagioni di alienazione mentale sia, come fuori d'Italia, nell'Italia stessa, e specialmente in questa Provincia [...] l'alcoolismo» (76). Il caso di Luigi viene citato come esempio illuminante per illustrare il comportamento tipico di chi è sedotto dal vizio di bere. Generalmente - scrive - «consigli, preghiere, minacce, rovina di famiglia, stremata salute nulla valgono a ritrarre cotestoro dall'intemperanza del bere, cui tutti si donano». In manicomio tali pazienti seguono un iter caratteristico, segnato dalla frequente recidività: «Una volta caduti in pazzia quanto presto guariscono (allorché specialmente sieno acuti che per lo più vestono la forma di stupidità, o di mania, o di esaltamenti maniaci con allucinazioni di vista e di udito) per larghe dosi d'oppio e per essere alcun tempo tenuti lontano dal vizio, altrettanto presto e certamente vi ricadono non appena restino abbandonati a loro stessi».  E poi passa a descrivere il caso di Luigi, con poche parole che rivelano un certo affetto verso l'uomo: «Riporterò, fra tanti altri che potrei, il caso seguente: L.V. di Bologna d'anni 40, che ha moglie e figli, carrettiere,  robusto, intelligente, umano, affezionatissimo alla famiglia, operoso instancabile entra dapprima nel Manicomio nell'anno 1857 perché affetto da mania per alcoolismo acuto. Da indi in poi esce, ritorna, di nuovo si rimanda, di nuovo si accetta, per un giro di 22 volte!». Al momento di ogni ingresso in manicomio Luigi si mostra: «Maniaco con allucinazioni di vista e d'udito, violento, insultatore, persecutore, distruggitore, tumultuoso» diventando, dopo alcuni giorni di ricovero, nuovamente «tranquillo, disciplinato, giusto, e solo curante di lavorare per la sua famiglia» (77).  Il problema dell'alcoolismo secondo Zani aveva un'importanza di primo piano, poiché dei 1665 pazienti ricoverati nel manicomio di Bologna tra il 1861 e il 1867 per malattie dovute a "cause fisiche", per ben 302 casi si trattava di "alcoolismo acuto o cronico" (78). Ma l'alcoolismo aveva anche una rilevanza sociale notevole considerando gli effetti deleteri che produceva attraverso le generazioni. Zani scrive: «Il peggio è che non solo l'individuo si altera nella sua costituzione, ma la sua progenie è percossa da decadimento morale e fisico» (79). La statistica redatta da Zani, che mira a fornire un quadro esauriente e ricco di informazioni utili sulla popolazione manicomiale, è particolarmente attenta nell'indicare «da quali cause era originata la malattia, onde vi furono gli uni condotti, e per quali esiti gli altri vi finirono la vita». Insieme all'alcoolismo, che detiene il primato fra le "cause fisiche", individua nella miseria, nelle malattie "congenite o connate", nella pellagra, nella vecchiaia e nei «disordini di vita in genere (abuso del coito, del tabacco, libertinaggio, prostituzione)», i fattori che maggiormente incidevano nell'insorgenza della malattia mentale. Sempre nello stesso periodo compreso tra il 1861 e il 1867, indica un numero di 549 pazienti caduti in malattia per "cause morali", fra le quali primeggiano le "passioni d'animo per discordie di famiglia", seguite a notevole distanza da "scrupoli", da "passioni d'animo per amore" e "passioni d'animo per gelosia". E infine dedica uno spazio a parte alle "cause ereditarie" che, considerando  insieme le forme manifeste e quelle dubbie, erano ritenute responsabili di malattia nel 28 per cento degli uomini e nel 25 per cento delle donne.
ER  -   
