TY  -  JOUR
AU  -  Palagini, Laura
AU  -  Gentili, Claudio
AU  -  Guazzelli, Mario
T1  -  Insonnia e vulnerabilità ai disturbi d’ansia e dell’umore
PY  -  2004
Y1  -  2004-01-01
DO  -  10.1722/2532.26408
JO  -  Nóos
JA  -  Noos
VL  -  10
IS  -  1
SP  -  25
EP  -  32
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
Y2  -  2026/06/27
UR  -  http://dx.doi.org/10.1722/2532.26408
N2  -  I profondi rapporti tra insonnia e disturbi affettivi sono noti sin dagli esordi della medicina. In Italia l’interesse è stato molto vivo fino agli inizi del secolo scorso ed è rintracciabile nelle pagine magistrali che molti clinici dedicarono alla loro descrizione. Negli anni successivi sono stati principalmente gli studiosi del sonno a confermare l’ubiquitarietà dell’insonnia nella depressione e nei disturbi d’ansia ed a mostrare che negli insonni cronici i fenomeni psicopatologici del versante affettivo rappresentano l’evento più comune, presente per alcuni in oltre il 70% dei pazienti e che l’insorgenza della depressione è più che doppia rispetto ai controlli non insonni. La letteratura ipnologica ha inoltre verificato le iniziali osservazioni secondo le quali l’insonnia precede costantemente l’episodio depressivo, evolve parallelamente ad esso e la sua risoluzione è indice attendibile di rapida guarigione. La psichiatria attuale ricomprende l’insonnia associata a depressione nel concetto descrittivo della comorbilità, dopo averla a lungo considerata parte integrante del quadro clinico affettivo. In quest’ottica l’insonnia si configurava come sintomo depressivo precoce quando anticipa l’episodio o come fenomeno residuo quando persiste oltre la sua risoluzione. Gli studi longitudinali e le indagini psicobiologiche sul sonno più recenti lasciano ipotizzare che l’insonnia cronica può rappresentare anche un fattore di vulnerabilità, un indice psicobiologico di instabilità della sfera affettiva. La diagnosi tempestiva ed il trattamento adeguato in questa prospettiva assumono un ruolo ben più importante di quello attribuito loro dalla maggioranza degli psichiatri, fino a ieri impegnati a contenere la sonnolenza dei trattamenti antidepressivi di prima generazione, i cui effetti sedativi inevitabilmente compromettevano la vigilanza durante il giorno.
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