TY  -  JOUR
AU  -  Erfurth, Andreas
AU  -  Quaranta, Giuseppe
AU  -  Perugi, Giulio
T1  -  Stati misti bipolari
PY  -  2013
Y1  -  2013-09-01
DO  -  10.1722/1351.15015
JO  -  Nóos
JA  -  Noos
VL  -  19
IS  -  3
SP  -  209
EP  -  224
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
Y2  -  2026/05/14
UR  -  http://dx.doi.org/10.1722/1351.15015
N2  -  Il DSM-IV definisce genericamente lo stato misto (SM) come un disturbo dell’umore caratterizzato dalla presenza contemporanea della piena sindrome depressiva e maniacale. Più spesso, tuttavia, gli SM consistono nella presenza di manifestazioni depressive in corso di mania o, viceversa, di sintomi maniacali in corso di depressione. Dal punto di vista clinico, queste condizioni non rappresentano una mera sovrapposizione di sintomi affettivi di polarità opposta, ma sono una sindrome complessa risultante dalla combinazione di variabili costituzionali, affettive, tossiche, neurologiche, psicologiche e di altro tipo. Negli stati misti sono molto comuni le manifestazioni ansiose e quelle psicotiche e, quando l’instabilità affettiva è particolarmente grave, possono insorgere quadri più complessi e gravi nei quali affiorano sintomi catatonici, alterazioni dello stato di coscienza, perplessità emotiva e comportamenti grossolanamente disorganizzati. La ricerca più recente sembra indicare la necessità di una visione di spettro degli stati misti che tenga conto anche di elementi contropolari isolati presenti in forme attenuate nei pazienti affetti da disturbo bipolare di tipo II o da disturbi unipolari. Questo modello è essenziale non solo ai fini della valutazione diagnostica dei disturbi dell’umore, ma anche per la definizione di misure di outcome e della risposta a breve e a lungo termine ai trattamenti. Dal punto di vista terapeutico, gli SM si presentano come un problema di notevole portata. Gli studi controllati sulle forme più gravi sono virtualmente assenti e le maggiori informazioni disponibili sono su pazienti con forme maniacali contaminate da elementi depressivi. Dati favorevoli in queste forme sono emersi per l’acido valproico e la carbamazepina, mentre meno efficace sembra essere il litio. L’uso degli antipsicotici atipici appare indicato nelle forme più gravi e tra questi olanzapina e quetiapina sono i più usati, mentre la clozapina è riservata alle forme intolleranti o resistenti. Dati sempre più convincenti stanno emergendo a favore di asenapina; la sua verosimile efficacia sui sintomi depressivi e soprattutto la sua buona tollerabilità, l’impatto ridotto sui parametri metabolici, sugli effetti di tipo extrapiramidale e sui livelli di prolattina, rendono questa molecola interessante. Infine, per il trattamento acuto delle forme più gravi e resistenti, la terapia elettroconvulsivante si è rivelata uno dei presidi più efficaci.
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